L’obiettivo della vita non è la felicità. Rilassiamoci

L’espressione delle proprie potenzialità non è necessariamente legata alla risoluzione delle proprie problematicità. Siamo portati a pensare che finché non siamo in grado di risolvere i nostri problemi rimaniamo in essi intrappolati senza poterci esprimere al meglio. In realtà, sono convinto che questo sia solo un pensiero distorto che ci porta a rimanere in una situazione di stallo che, per quanto possa procurarci malessere, ci evita la fatica più grande, ossia quella del cambiamento. I nostri problemi li conosciamo, siamo con essi in intimità, ci identifichiamo in loro, fondamentalmente è comodo non operare alcuna distinzione, ci permette di stare a guardare, mentre le cose magari non girano per il verso giusto.

Cambiare significa che siamo noi ad essere diversi, non i nostri problemi e la realtà che ci circonda. Purtroppo determinate situazioni non dipendono o non sono mai dipese da noi, le subiamo, anche se – mi rendo conto – c’è chi potrebbe approfittare di quanto asserisco, deresponsabilizzandosi in merito a ciò che invece potrebbe rendere diverso: nel fare la differenza più di qualcuno potrebbe giocare a fare il furbo, anche se con buone intenzioni. Quindi fate attenzione, riflettete, soppesate.

Alcune criticità rimarranno tali per tutta la vita, non importa quanto ci si possa lavorare e disperare sopra. Prendiamo un caso estremo, ad esempio una persona che abbia subito un abuso sessuale: lo scopo di qualsiasi tipo di terapia o aiuto sensato non è certo la risoluzione di un trauma così grave e pervasivo, ma far sì che l’individuo possa continuare a vivere con un certo equilibrio nonostante l’abuso, non di certo dimenticandolo o facendo finta che non sia mai avvenuto.

Sapere il perché delle sofferenze che ci portiamo dietro è un passo importante per la costruzione di una propria solida identità; nello stesso tempo, sapere e risolvere sono su due piani distinti che possono non incontrarsi mai. Risolvere è un concetto da prendere con le molle o va sostituito con conoscere, gestire, comprendere: niente scompare o si dimentica. Un problema che può essere dimenticato (non intendo ovviamente qui la rimozione o altri meccanismi di difesa psicologici che possono instaurarsi e sono cosa diversa) probabilmente non era tale e non ha avuto influenza significativa nella nostra vita. L’essere umano ha un tremendo bisogno di dare significato alle proprie azioni: il malessere è dato da una ricerca spasmodica di dare significato a quello che ci capita e non siamo in grado di comprendere o accettare.

Esprimere le proprie potenzialità è dare significato al proprio malessere: questo trova posto dentro di noi e nel mondo e ci permette di trasformarci, diventare altro da quello che eravamo il secondo precedente perché così come il nostro corpo cambia, anche se impercettibilmente, in ogni momento, lo stesso vale per la nostra mente, ma mentre il corpo va incontro a un irreversibile deterioramento, non è detto che la mente lo segua passo passo: può avere dei tempi diversi.

L’obiettivo della vita, a mio avviso, non è la felicità, rilassiamoci, non è ricercandola che la troveremo, se non per dei brevi momenti, ma non è neanche la sofferenza, eppure quest’ultima si presenta e sembriamo conoscerla molto meglio della prima. Impariamo a farne qualcosa.

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https://www.ilfattoquotidiano.it/2019/08/02/lobiettivo-della-vita-non-e-la-felicita-rilassiamoci/5359307/

Solo nella relazione con l’altro possiamo conoscere al meglio noi stessi

La relazione con l’altro è lo strumento di elezione per imparare a conoscere se stessi. Non c’è introspezione che possa reggere il confronto con quanto esprimiamo di noi, relazionandoci agli altri, se solo possediamo l’allenata capacità di osservarci attentamente e un po’ di onestà nel riconoscerci anche nelle dinamiche più scomode che, per primi, contribuiamo a creare, perché relazionarsi, volenti o nolenti, richiede sempre il nostro imprescindibile contributo. Nell’osservare le relazioni, non siamo giudici imparziali, tifiamo per noi il più delle volte, se possiamo attribuire al prossimo la responsabilità di quello che non funziona e prenderci il merito di quello che funziona, lo facciamo spudoratamente, alcuni vi dedicano la propria esistenza.

La stessa introspezione nasce dal bisogno di mettere sotto esame quello che gli altri ci suscitano. La psicoterapia è avvantaggiata, ha dalla sua tutta la profondità dell’introspezione e tutta l’autenticità della relazione con l’altro, in quanto il terapeuta per prendersi cura non deve nascondere, ma portare alla luce. L’altro darà sempre la sua interpretazione ai nostri atteggiamenti e ai nostri comportamenti e talvolta coglie il segno, ma questo è inutile se non si attiva anche qualcosa in noi, anzi se ci sentiamo in difetto, potremmo reagire malamente.

L’autenticità premia nelle relazioni, ma molti la rifuggono perché essere autentici implica ammettere cose scomode, esiste la possibilità concreta di ferire ed allora è meglio non far sapere, omettere, mentire, fuggire, fare finta di nulla, ma se l’altro se ne accorge la ferita che causeremo sarà superiore e ci aggiungeremo la sensazione di essere stati traditi o non considerati all’altezza ed è allora che le relazioni si guastano e faticano a tornare al loro precedente equilibrio, possono terminare. Per non fare o farci del male, corriamo il rischio di farne ancora di più, solo perché c’è una possibilità che l’altro non se ne accorga o non affronti la cosa, anche qualora se ne accorgesse. Essere autentici è la più alta forma di assunzione di responsabilità, non esiste il male nell’essere autentici, talvolta il dolore, ma mai l’errore. Dove non c’è autenticità regna la deresponsabilizzazione, il non farsi carico di quanto sentiamo, pensiamo e facciamo.

Di fronte a colui che si assume la responsabilità delle proprie scelte, delle proprie azioni ed è in grado di valutarne le conseguenze ogni attacco, ogni polemica, ogni contrasto diventa sterile ed evidenzia solo i limiti di chi li mette in atto, per lo più uno spettacolo impietoso, quanto diffuso purtroppo.

Conosciamo tutto delle relazioni, tranne forse le reali intenzioni che vi si celano, sentiamo dentro dei bisogni che tramutiamo in azioni ancora prima che si manifestino come pensieri consapevoli e lucidi, ritrovandoci talvolta alla mercè di emozioni scollegate dal nostro io più vero e per questo non riconoscibili. Gli effetti delle nostre azioni si misurano dai rapporti con gli altri, non che questi debbano essere assunti come parametri assoluti, ma qualcosa ci dicono sempre su di noi, lo scambio è continuo, mai intermittente, anche il silenzio e l’assenza hanno significati nascosti solo a chi li scambia per indifferenza. L’indifferenza, nelle relazioni, è solo un metodo, una strategia, non uno stato mentale o emotivo reale, è una scelta razionale quando ormai si riesce a gestire le emozioni o, al contrario, si ha bisogno di incatenarle perché non facciano male. Viviamo nell’illusione di non farci o non fare male, non c’è dose di realtà che possa far tramontare il bisogno di essere nel giusto, giusto e sbagliato ci fanno sentire al sicuro, semplificano una realtà che non siamo in grado di comprendere nel pieno della sua complessità.

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https://www.ilfattoquotidiano.it/2019/06/03/solo-nella-relazione-con-laltro-possiamo-conoscere-al-meglio-noi-stessi/5227706/

Elogio della lettura. E di chi ancora si ostina a praticarla

Librarsi in volo ossia volare attraverso i libri e allora si che le altezze non spaventano, anche quando le vette sono irraggiungibili. Un nuovo elogio alla lettura e a chi si ostina a praticarla, rivendicandone la dipendenza, è l’intenzione di questo post.

Per tutti coloro che si aggirano nelle librerie e non si sentono mai sazi, che sanno che il mondo, e la propria vita, sono pieni di problemi e di incombenze quotidiane, ma non smettono di crucciarsi del fatto che i libri non letti, per quanto ci si affanni e per quanto a lungo si possa vivere, saranno sempre numericamente spropositatamente superiori a quelli letti. Il lettore ogni mattina si sveglia con la consapevolezza che dovrà scorrere le parole dei libri, vicino al comodino, molto più velocemente del tempo che impiegherà a ritrovarsi in libreria a scegliere i nuovi.

Leggere aiuta a ricordare tutto quel che si vuole dimenticare con l’accortezza data dal permettere di dimenticare tutto quello che non si vuole ricordare. Nei libri c’è scritto tutto, ma tutto ancora può essere scritto, quello che appare contraddittorio ai più, non lo è per i lettori abituali (da non confondere con i lettori saltuari, con tutto il rispetto per questi ultimi, sono su un altro livello, ma per loro le porte, anzi le pagine sono sempre aperte).

I libri cambiano le persone perché non le giudicano, si lasciano leggere fiduciosi che chi legge saprà trarre le sue conclusioni, non imbrigliano l’intelligenza, certo non possono sostituirsi ai nostri pensieri, ma li allenano, li mettono alla prova, ne fanno morire alcuni, ma ne fanno nascere molti di più. La parola libero contiene la parola libro con l’aggiunta di una e ossia di una congiunzione, di un qualcosa che unisce collega e crea contatto, che condanna l’isolamento, se non quello temporaneo del tempo dato alla lettura.

Tra le tante forme di apprendimento, la lettura dà libero sfogo all’intelletto e all’emotività come nessun’altra e quasi non opera alcuna distinzione tra le due. La lettura coinvolge quattro sensi su cinque:

1. Attraverso gli occhi, un libro lo vedo
2. Attraverso le mani, ne afferro la consistenza
3. Attraverso le narici, sento l’odore della carta
4. Attraverso le orecchie riconosco il familiare rumore dello sfogliare di pagina
5. Un libro non si può mangiare, anche se si può gustare ed è nutrimento per la mente, pur non passando per la bocca.

Avete mai pensato che l’odore del libro e il fruscio delle pagine appagano forse anche maggiormente della vista e della consistenza del libro, un buon libro dovrebbe essere proprio questo, qualcosa che ribalta e confonde i sensi comuni.

Abbiamo scritto ormai tanti libri quanti sono i fili di erba di un prato, forse qualcuno in più, un giorno saranno quanti i granelli di sabbia di una spiaggia, me lo auguro e, se anche noi non ci saremo più e nessuno potrà leggerli tutti, vi avremo contribuito, se continueremo a pensare alla lettura come a un piacere, ma anche a un dovere. Ho il dovere di conoscere, coltivare il mio pensiero renderà migliore me e le persone con cui verrò a contatto nella mia vita. Buona lettura!

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https://www.ilfattoquotidiano.it/2019/03/23/elogio-della-lettura-e-di-chi-ancora-si-ostina-a-praticarla/5055022/

Violenza sulle donne, le relazioni servono a farci crescere. Non a prevaricare

Quando si parla di violenza degli uomini sulle donne, è poco opportuno fare delle distinzioni in merito alla gravità dei comportamenti aggressivi che possono essere messi in atto. Forse è anche pericoloso, perché ogni comportamento violento è grave, sia esso uno o reiterato. Semplifico: dieci schiaffi possono sembrare peggiori di uno schiaffo, dieci schiaffi significa fare dieci volte male, ma tutti partono dal primo, senza non si arriverebbe al decimo, quindi un singolo episodio non è mai da prendere alla leggera.

Poche donne frequenterebbero un uomo se questo dovesse assumere comportamenti prevaricanti e aggressivi sin da subito. La violenza, nella maggior parte delle situazioni, si insinua lentamente nelle relazioni intime ed è per questo che non bisogna sottovalutare quelle che sembrano piccole cose. Giustificarle dà libero accesso a comportamenti via via sempre più controllanti e aggressivi. I limiti non sono fatti per essere spostati, ma per essere dei punti fermi: la loro funzione è avvertire che il loro superamento indebolisce, mette a rischio.

Niente dovrebbe ledere i due principi cardine della stare bene in coppia: sentirsi liberi e sentirsi sicuri. Sentirsi liberi non significa fare quello che si vuole, ma non sentirsi obbligati a fare quello che non si vuole, mentre sentirsi sicuri non significa essere protetti, ma non aver bisogno di proteggersi. Libertà e sicurezza permettono alla fiducia di creare legami solidi e autentici basati sul rispetto e la condivisione e questo crea benessere alla coppia e ai singoli.

Quello che troppo spesso non siamo abituati a fare è assumerci la responsabilità dei nostri comportamenti e prima ancora delle nostre scelte. Scaricare sull’altro è veloce e poco faticoso, soprattutto se l’altro non può o non vuole opporre resistenza, per non dare vita a un conflitto dove sarebbe perdente perché non è alla pari (e in questo caso parliamo di violenza, c’è un’asimmetria di forza che uno usa a svantaggio dell’altro). Il cambiamento passa attraverso il non dover trovare più un colpevole per le proprie azioni e il proprio sentire: si chiama assunzione di responsabilità.

Il malessere non è delle persone, ma nelle persone. Attribuire all’esterno quel che è interno ci difende dal prenderne contatto ed evita di metterci in discussione: sono gli altri che non vanno, che non capiscono, che sbagliano, non posso che reagire, riequilibrare la bilancia. La messa in sicurezza del proprio punto di vista toglie la più grande opportunità che le relazioni possano offrire, mettere in crisi e far crescere.

La violenza che esercitiamo sull’altro è resistenza a cambiare: questo vale per uomini e donne. Ma sono gli uomini che troppo spesso – autoproclamandosi socialmente, culturalmente e interiormente come il “sesso forte che non deve chiedere mai” – pensano che cambiare non sia conveniente. Fatichiamo a pensarci fragili, negandoci così la possibilità di ammetterlo e conviverci con serenità. Non è la forza che ci rende migliori, ma l’uso che ne sappiamo fare.

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https://www.ilfattoquotidiano.it/2019/02/02/violenza-sulle-donne-le-relazioni-servono-a-farci-crescere-non-a-prevaricare/4939765/

Responsible Together: per fermare i maltrattamenti sulle donne bisogna anche agire sugli autori di violenza

È partita il 25 novembre 2018, giornata internazionale contro la violenza sulle donne, la campagna Responsible Together (Responsabili insieme) che mira a promuovere i programmi per autori di violenza (Pa) come componente indispensabile negli interventi a tutela delle donne. La campagna è promossa dalla Wwp En – Work With Perpetrators European Network, la rete europea che raccoglie insieme 55 realtà provenienti da 28 Paesi che lavorano con gli autori, facendo rete e promuovendo lo scambio di informazioni e buone pratiche. La parità di genere e la non violenza sono alla base del lavoro portato avanti dai membri della Wwp En che aiutano gli uomini che hanno maltrattato le partner o i minori ad assumersene la responsabilità e a imparare a saper rendere conto a se stessi e agli altri di quel che fanno in termini di motivazioni e conseguenze.

La campagna si prefigge l’obiettivo di fare chiarezza su alcune domande spesso vissute come delicate, quando non problematiche, dagli operatori e dalle operatrici del settore, ma anche dai semplici cittadini sensibili e interessati a queste tematiche. Prendiamo una a una le domande alle quali la campagna dà risposte: ve le riassumerò in una sintetica che può essere ampliata dalla lettura completa delle immagini prese dalla campagna (vedi gallery).

1. I Pa aumentano il rischio per le (ex) partner? Non esiste un intervento privo di rischi, ma i Pa qualificati si impegnano al massimo per rafforzare la tutela delle donne e dei minori, condividendo informazioni con i servizi e dando piena collaborazione, aiutando nello stesso tempo l’uomo a interrompere i comportamenti violenti.

2. I Pa non prendono in considerazione i servizi di supporto alle donne? Idealmente i Pa lavorano in stretta collaborazione con i servizi per le donne per integrare qualsiasi informazione utile al raggiungimento dell’obiettivo comune, che è la cessazione degli agiti violenti da parte dell’uomo.

3. I Pa si concentrano solo sugli uomini? I Pa considerano gli uomini autori di violenza gli unici responsabili del comportamento violento, quando da loro commesso, in un’ ottica che non vuole essere di accusa fine a se stessa, ma di comprensione rispetto ai vissuti che generano la violenza, in modo che l’uomo possa essere in grado di scegliere consapevolmente alternative di comportamento non violento.

4. I Pa sono una forma di mediazione o terapia di coppia? No, i Pa si richiamano alla Convenzione di Istanbul che evidenzia i limiti e i danni di interventi che non si concentrino esclusivamente sul comportamento abusante dell’uomo, chiamando in causa la donna come a condividerne la responsabilità. La responsabilità della violenza è sempre di chi la compie e su di lui deve concentrarsi l’intervento mirante all’interruzione del maltrattamento.

5. Gli autori di violenza usano i Pa per manipolare il sistema? Gli uomini autori di violenza tendono a essere manipolativi, minimizzanti e talvolta menzogneri ed è per questo che il personale è formato e qualificato per riconoscere e contrastare questi meccanismi.

6. I Pa trascurano le conseguenze della violenza sulle donne e sui minori? No, i Pa danno ampio risalto alle conseguenze che gli effetti del comportamento violento dell’uomo può avere sulle donne e sui minori, aiutando l’uomo a sviluppare maggiore empatia e consapevolezza al riguardo, anzi questo aspetto costituisce un fattore motivazionale importante per la riuscita del percorso.

7. I Pa sottraggono finanziamenti ai centri antiviolenza? Consapevoli della difficoltà di reperire risorse per le vittime, i Pa cercano fonti di finanziamenti alternative.

I Pa sono imprescindibili nella lotta alla violenza e alla discriminazione di genere, coinvolgendo sempre più uomini a una messa in discussione dei ruoli e delle dinamiche di potere. Il Centro di ascolto uomini maltrattanti di Firenze è in prima linea per la promozione dei Pa, per il loro diffondersi e il loro costante miglioramento. Se avete altre domande sui programmi per gli uomini autori di violenza e sulla campagna potete scriverci a: info@centrouominimaltrattanti.org.

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https://www.ilfattoquotidiano.it/2018/12/10/responsible-together-per-fermare-i-maltrattamenti-sulle-donne-bisogna-anche-agire-sugli-autori-di-violenza/4816932/

Intolleranza e narcisismo, quando il confronto cede il posto all’affronto

La capacità di tollerare il pensiero altro da sé è una delle più alte forme di intelligenza, il resto è solo rabbia e livore a buon mercato. La politica e i social network ne sono un buon esempio, anche se – mentre i social network sono giustificati dall’accogliere chiunque al loro interno – ci si aspetterebbe dalla politica una selezione migliore, ma non sempre così è. La costante divisione in schieramenti permette alle convinzioni di degenerare e le persone non ragionano con le idee e i fatti, ma con l’autoreferenzialità e l’ideologia. Quanti articoli, ad esempio, vengono commentati in base al titolo senza che ci sia dietro una lettura attenta dei contenuti? Tanti, troppi!

Quando la politica si fa anche sui social network, assistiamo spesso al peggio del narcisismo e dell’intolleranza umana. Tollerare significa che accetto che l’altro possa avere un’idea diversa dalla mia, senza che questo implichi che la debba accettare, ne accetto solo la diversità, evitando di ergermi a detentore di verità assolute. Tollerare è una scelta, accettare, il più delle volte, significa più semplicemente trovarsi d’accordo. Il confronto cede il posto all’affronto. La nostra è un’epoca nella quale – nonostante il bombardamento di stimoli e le molteplici possibilità di conoscenza accessibile – quando due o più persone si confrontano invece di arricchirsi vicendevolmente, guardare la stessa cosa sotto punti di vista diversi, preferiscono accusare, offendere, non ascoltare.

L’incontro con l’altro sembra avvenire solo per assonanza, quasi mai per dissonanza, con tanti saluti alla tolleranza appunto. Accetto dell’altro solo quello che egli riflette di me. Questo limita la crescita intellettuale, ma anche emotiva (le emozioni vengono immediatamente scaraventate sull’altro senza che vi sia prima una loro elaborazione/gestione e l’altro è facile risponda allo stesso modo). Quanto si vede di diverso, invece di attirare, spaventa. Da qualche parte abbiamo imparato che dobbiamo avere ragione e per ottenerla siamo disposti a smettere di usarla.

Una società che non si sa incontrare è una società fatta di individui soli. La collettività è una forma senza sostanza ed ecco perché invece di godere di un bel tramonto sono lì a fotografarlo, postarlo e aspettare like e commenti. I vuoti relazionali vengono colmati dal virtuale, così la solitudine la sento, ma non la vivo veramente. L’inganno è sublime. Prendiamo l’estetica, quanto questa sia sopravvalutata. Il complimento più facile e più gettonato è sempre “sei bello/a”, anche quando belli non si è. Nessuno dice con la stessa semplicità “quanto sei intelligente”, anche quando intelligenti non si è. Elargendo bellezza a destra e manca il risultato è un paradosso a quanto affermato dianzi, ossia sottovalutarla.

Privati del contenuto ci aggrappiamo alla forma, erigiamo una fortezza inespugnabile, ma di essa ci rimane la chiave del portone di ingresso e quindi sta solo a noi accorgerci della ricchezza dell’altro, quando è diverso da noi. Nella diversità dell’altro, oltre ad incontrarlo, incontriamo la nostra stessa immensità.

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https://www.ilfattoquotidiano.it/2018/11/03/intolleranza-e-narcisismo-quando-il-confronto-cede-il-posto-allaffronto/4726282/

L’ansia anticipatoria non serve a nulla, ma lei non lo sa

L’ansia anticipatoria non serve a nulla, ma lei non lo sa e ama interporsi tra noi e il quieto vivere ogni volta che le è possibile. Possiamo chiamare ansia anticipatoria quell’agitazione dovuta al pensiero di eventi che si verificheranno o potrebbero verificarsi in futuro e di cui, di solito, non abbiamo il controllo, ci si preoccupa per una possibilità senza avere la certezza che questa si realizzi, la sola ipotesi è sufficiente a scuoterci. Solo il futuro ci confermerà, o meno, l’avverarsi di un evento, dovrebbe essere inutile sprecare in ansia l’intervallo di tempo tra il presente e quell’evento stesso, ma la maggior parte di noi ama vivere sul filo del rasoio, mettiamola così. L’essere umano è il miglior generatore d’ansia presente sul mercato, sicuro, preciso e affidabile.

Ricordo di un mio amico che mi confidò come risolse, dopo svariato tempo in cui non ne veniva a capo, i suoi attacchi di panico e l’ansia che gli provocava il pensiero che potessero presentarsi in qualunque momento, anche i meno opportuni e più rischiosi, mi disse che si arrese. Se qualcosa di brutto gli doveva succedere, a causa di un attacco di panico, non aveva il potere di prevenirlo qualsiasi cosa facesse o pensasse, quindi tanto valeva continuare a vivere come aveva sempre fatto, non avrebbe sprecato il tempo, tra il presente e quello che gli sarebbe potuto succedere, preoccupandosi ancora per ciò che gli era impossibile controllare. Questo cambio di prospettiva fu rivoluzionario, smise di aver paura, accettò quello che poteva venire, anche di male, e non ebbe più attacchi di panico. Quante psicoterapie e analisi ci risparmieremmo, se la razionalità potesse farsi maggiormente spazio nel nostro mondo emotivo, ma è pur vero che la ragione senza il sentimento ci annoierebbe.

Chiariamo: l’ansia è sana e protettiva, tanto da essere data in dotazione a ognuno sin dalle prime fasi della vita, è solo il suo eccesso a essere deleterio. L’ansia ci avverte che qualcosa non va e che quindi bisogna correre ai ripari, se ho un esame tra pochi giorni è normale che sarò ansioso, a essere maggiormente problematico è un eccesso d’ansia. Se arrivo all’esame preparato, l’ansia non sparirà completamente (è stata inoltre positiva nella misura in cui mi ha incentivato a studiare), ma sarà gestibile, se vi arrivo impreparato questa sarà maggiormente invasiva, se ovviamente mi interessa superare la prova. Se sono preparato, ma l’ansia non mi permette di dare l’esame perché vado in tilt, questo è un problema e l’ansia ha superato il limite sano (e in quel caso è opportuno chiedere un aiuto).

Anche le cose migliori hanno un limite e una volta superato si trasformano nelle peggiori, se il limite lo si sa riconoscere, una sosta di riflessione nei suoi dintorni è consigliata, si impara qualcosa in più su di noi, con una certa fatica sicuramente, ma che si è ancora in grado di reggere.

Alcune cose possono essere prevenute, altre contenute, di certo non tutte possono essere controllate. Si fa poco per le prime due e ci si giustifica tanto con la terza, ansia permettendo.

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https://www.ilfattoquotidiano.it/2018/09/23/lansia-anticipatoria-non-serve-a-nulla-ma-lei-non-lo-sa/4642709/

Relazioni, a metterci in crisi sono le opportunità

L’attribuzione spontanea (ma inevitabilmente prepotente) nella relazione con l’altro di significati solo nostri ai suoi atteggiamenti e comportamenti, è la prima causa di incomprensione nelle relazioni. La comprensione è il più importante fattore protettivo e curativo in ogni tipo di relazione, la psicoterapia cura attraverso di essa, mentre l’incomprensione è uno dei maggiori limiti e ha il potere di far terminare anche i rapporti più consolidati. Tutti abbiamo esperienza dell’una e dell’altra, ma non sono sicuro di quanto consapevolizziamo la funzione di collante emotivo che può avere l’una o di rottura dell’altra.

Credere che l’altro la pensi come noi è una tendenza comune, peggio ancora convincersi che l’altro la debba pensare come noi o debba arrivare a farlo, qualora esprima un’opinione diversa. Ad esempio, quando si parla di politica e religione, campi dove spesso si scontrano visioni differenti, quello che portiamo avanti sono le nostre convinzioni a scapito di quelle altrui. Trasformiamo un bisogno in un pensiero, poi in una convinzione, infine in un credo o in un’ideologia, cioè qualcosa che deve essere giusto a priori, assolve la funzione di identificarci, di conseguenza l’intento è salvaguardare la nostra identità ormai appiattita su determinate convinzioni immutabili nel tempo, anche se logica e fatti remano contro.

Certo, c’è chi è in grado di cambiare idea e non farsi imprigionare, c’è chi ammette di aver sbagliato o che le cose non sono più quelle del passato, di conseguenza bisogna operare dei cambiamenti. Ma nell’era del web per tutti la competizione è spesso sovrana, l’elasticità mentale è tipica di chi ha una cultura e un’intelligenza emotiva e questi quando si apre un account su un social network non sono requisiti richiesti, anche se in molti sono convinti di possederli. Per fortuna che in questo campo le autocertificazioni non sono previste, almeno per ora.

Di fronte all’incomprensione si hanno due possibilità: fare retromarcia, riesaminare la propria e altrui posizione e vedere se si arriva ad un risultato diverso e, qualora così non fosse, accettarlo proponendo un compromesso o avviando una separazione, oppure andare avanti, insistere, credersi detentori della verità e arrivare allo scontro. Personalmente parteggio per la prima possibilità, ma ad ognuno il suo.

L’atteggiamento e il comportamento dell’altro non possono che essere visti con gli occhi di chi li guarda, ma non necessariamente l’interpretazione che ne dà è corretta, anzi si deve partire proprio da questo elementare presupposto che l’essere umano non si limita a osservare, ma spesso e volentieri dà un’interpretazione di quello che osserva e subito dopo ci affianca una valutazione che può essere in linea o meno con i suoi valori, la valutazione è quindi positiva se mi conferma in quello che penso, negativa se invece non lo fa.

Non capiamo che metterci in crisi è la più grande opportunità che l’altro possa regalarci e, se siamo chiusi alla crisi, lo siamo alle relazioni più autentiche, quelle che cercano l’incontro e non lo scontro o l’appiattimento. La prova più grande che la nostra autostima possa sostenere è quella di potersi districare nel difficile equilibrio tra il bisogno dell’approvazione altrui e il nostro sentire che non deve necessariamente dipendere da quest’ultimo, ma che anzi se ne deve spesso difendere.

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https://www.ilfattoquotidiano.it/2018/08/26/relazioni-a-metterci-in-crisi-sono-le-opportunita/4578589/

Violenza assistita, i bambini hanno bisogno di vivere in un clima sereno. Proteggiamoli da noi adulti

“Violenza assistita, in 5 anni 427mila minori hanno visto le madri maltrattate dal compagno”, sono cifre che dicono chiaramente che non stiamo facendo abbastanza per proteggere chi avrebbe il diritto di vivere i suoi primi anni in un clima sereno ed equilibrato, non privo certo di conflitti e frustrazioni, inevitabili e necessari alla crescita e all’autonomia, ma che possono essere affrontati senza soccombere a sentimenti quali la paura, l’impotenza e la rabbia.

Per il Cismai (Coordinamento italiano dei servizi contro il maltrattamento e l’abuso all’infanzia) “per violenza assistita intrafamiliare si intende l’esperire da parte della/del bambina/o e adolescente qualsiasi forma di maltrattamento compiuto attraverso atti di violenza fisica, verbale, psicologica, sessuale, economica e atti persecutori (stalking) su figure di riferimento o su altre figure affettivamente significative, adulte o minorenni. La violenza sulle donne è un fenomeno diffuso, ancora sottovalutato e scarsamente rilevato, che può mettere a rischio, a partire dalle prime fasi della gravidanza, la salute psicofisica e la vita stessa, sia delle madri che dei figli”.

Un fenomeno per lungo tempo sottovalutato, di cui si è parlato poco, ma di cui oggi siamo in grado di rilevare tutto il devastante impatto per la salute fisica e mentale del minore e dell’adulto che diventerà. Non è un qualcosa di scontato, viste già le notevoli difficoltà che spesso la nostra società riscontra nel riconoscere persino la violenza diretta. Quanti uomini e donne ancora sostengono che schiaffi e sculaccioni sono solo un metodo educativo, a loro avviso, inevitabile ed efficace? Troppi!

Non esiste niente che la forza fisica, usata per imporsi, possa costituire un vantaggio per un bambino, chi scrive – insieme ai tanti professionisti del settore – è convinto che ci siano sempre delle alternative alla violenza che – seppure faticose (niente di più semplice che tirare uno schiaffo, quando si è in posizione di forza) – aiutano il minore a crescere e sbagliare anche, ma con un supporto dell’adulto che sia una guida, non una costrizione o una minaccia.

Per la Franco Angeli, a cura di Gloria Soavi ed Elena Buccoliero sono appena usciti due volumi che affrontano con completezza il tema della violenza assistita: Proteggere i bambini dalla violenza assistita-Volume 1- Riconoscere le vittime e Proteggere i bambini dalla violenza assistita-Volume 2- Interventi in rete.
Proteggere i bambini dalla violenza assistita: 1

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In entrambi i volumi, le autrici raccolgono vari professionisti (psicologi, assistenti sociali, magistrati, avvocati) che si occupano della protezione dei minori da vari punti di vista e il risultato è sicuramente un ottimo punto di partenza per tutto coloro che vogliono conoscere e saper affrontare questo dramma che sconvolge l’evoluzione psicologica, emotiva ed esistenziale di bambine e bambini.

Se la violenza non colpisce direttamente, si può essere portati a pensare che non faccia danno, ma alla violenza basta entrare in una casa perché tutti ne siano coinvolti, senza eccezione, la violenza ha molti volti. Il bambino ha diritto a vivere in un ambiente dove il disaccordo possa anche esprimersi col conflitto, ma se questo diventa violento allora ne trarrà solo svantaggi. Da adulti ci dimentichiamo facilmente cosa sia stato essere dei bambini, tendiamo a giustificare e a ripetere certi comportamenti che in passato ci facevano male, come se l’adulto, alla fine, avesse sempre ragione. L’adulto non ha sempre ragione.
Proteggere i bambini dalla violenza assistita: 2

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La verità è che i bambini spesso hanno parametri naturali molto più sani e, sì certo, hanno bisogno di limiti e di regole, ma un bambino che prova paura per se stesso o per la madre è un bambino che incontra un limite non suo, ma di chi lo accudisce che non è in grado di tutelarlo e responsabilizzarlo in modo sano. La protezione dei minori passa attraverso il miglioramento generale delle capacità genitoriali e, laddove ci siano situazioni a rischio, questo è ancora più drammaticamente vero.

I danni della violenza assistita riguardano la vita relazionale familiare, scolastica, tra pari, di coppia, sessuale. Quante volte mi sono sentito dire, nell’ambito del mio lavoro con gli uomini autori di violenza: “I bambini erano in casa quando litigavamo, ma dormivano o erano nell’altra stanza, non hanno sentito o capito nulla”. Quanto lavoro c’è ancora da fare per far comprendere che non c’è stanza o sonno che argini la violenza e che i bambini assorbono, capiscono molto più di quel che sembra e fanno proprie problematiche che non sono le loro?

Allora di violenza sui minori e di violenza assistita parliamo e parliamo sempre di più!

Non siamo sempre felici. Ed è giusto così

Sbagliando si impara ma, diciamolo senza timore di smentita, apprendere è un processo continuo, evitare errori non solo non è possibile ma nemmeno auspicabile se l’obiettivo finale è crescere, laddove crescere implica solo l’andare avanti con un equilibrio che consenta di affrontare la vita, tenendo testa a tutto quello che vivere comporta.

La felicità è un giocattolo per bambini, da adulti bisognerebbe capire che è un concetto il cui unico scopo è non farci prendere contatto con la vita reale, dandoci in dote frustrazione e ansia da prestazione in eccesso. Essere felici non è un diritto e nessuna legge o costituzione ci metterà al riparo dalle intemperie della vita. Ricchezza e potere non danno accesso al benessere interiore e, sebbene comprensibilmente desiderabili, chi ne ha di solito non fa altro che provare ad accumularne ancora.

Qualcosa non torna. Se non si trova un limite allo stare bene, non è di certo perché questo non esiste ma semplicemente perché lo si sposta di volta in volta, l’obiettivo diventa sempre più grande e si allontana. Le nostre capacità sono finite e non possono svilupparsi all’infinito, cosa che invece può fare il desiderio. Essere felici è una possibilità che si verifica ogni tanto, dura qualche istante o poco più, siamo in grado di riconoscere che stiamo bene solo nella misura sappiamo riconoscere quanto siamo stati male e possiamo ancora starlo.

C’è modo di stare bene, nonostante le cose non sempre vadano vorremmo, anzi è proprio quando si mette in conto che le difficoltà non mancheranno che le si affronta con lo spirito adatto, senza perdere troppo tempo a deprimersi, giusto quel tanto che basta. L’unico investimento proficuo a lungo termine che si possa fare in vita sono le relazioni, tutte, nessuna esclusa, anche quelle che consideriamo sbagliate, ci mettono a confronto con i nostri di sbagli più di quanto facciano le altre più rassicuranti.

Pensandoci bene, altro buon investimento sono i libri, leggete finché non vi si chiudono gli occhi e la curiosità ve lo consente. Se le relazioni sono rischiose, i libri possono esserlo altrettanto, ma almeno non si muovono da dove li abbiamo lasciati e non ci rispondono mai in malo modo.

Si ha bisogno delle ferite per andare avanti, è quello che rende forti e fa essere diversi. Nella nostra diversità, troviamo l’opportunità di sentirci come tutti gli altri. La contraddizione è pane quotidiano per il nostro sentire di superficie, se poi abbiamo la fortuna o troviamo il coraggio di scendere più a fondo, quello che pensavamo contraddittorio sono solo i nostri sentimenti e pensieri più autentici, crediamo sia sbagliato dare loro voce e ne paghiamo le conseguenze. Non si impongono regole, se non quelle del sentire.

Gli errori sono solo cose dotate di senso sotto mentite spoglie, bisogna dare loro il giusto tempo per fidarsi e aprirsi a noi per cosa veramente significhino.

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