Aquarius, sacrificare il consenso sull’altare del buon senso

La logica ha annunciato di volersi ritirare a vita privata, preferendola al quotidiano ed estenuante match con l’ideologia. I social network esultano e ringraziano!

L’indignazione, per quanto legittima, non salva vite umane, ma fa dormire meglio la notte, almeno finché i media non smettono di parlare di quel che ci scuote, ovviamente se lo fanno, l’argomento finisce presto nel dimenticatoio, non esiste più. Quando la potenza dei media incontra la superficialità delle menti, la manipolazione ha vita facile.

Di fronte alla tragicità di alcuni degli eventi di cronaca che hanno invaso i cuori (meno le menti) di moltissimi italiani, forte è il grido di “noi siamo i Buoni, loro sono i Cattivi” , a quanto pare il Buono non si fa scrupoli ad usare un linguaggio spesso ai limiti dell’offensivo e dell’aggressivo. Quando la causa è giusta, si sa, ogni cosa è lecita, anche usare gli stessi mezzi di chi si va criticando, quando ad usarli sono i Buoni è tutto lecito e non può essere criticato. Il Buono, per definizione, pensa, dice e fa solo cose buone e il dubbio non è un qualcosa che può albergare in lui. In alcuni casi, assistiamo all’evoluzione del Buono che diventa Giustiziere, sperate che la sua ira non cada su di voi.

Vogliamo parlare dell’aiuto concreto che diamo a risolvere i problemi che affliggono il mondo attraverso i nostri rabbiosi post sui social e le vigorose conversazioni che imbastiamo, cercando di convincere l’altro, o forse più che altro noi stessi, di quanto abbiamo ragione? Eviterei, anche se è all’ultima moda.

– “Hai una laurea specifica? Hai studiato l’argomento? Hai letto diversi articoli o libri che lo riguardano? Hai qualche esperienza nel merito?”

– “No, ma sono iscritto a Facebook, colleziono likes, cambio l’immagine profilo con i suggerimenti dello stesso Facebook per perorare le cause più giuste e leggo tantissimi titoli sulle social home, pur non avendo il tempo poi di aprire e leggerne i contenuti. Ah, ovvio che se dovessi leggere qualcosa, leggerei tutto quello che va nella direzione che io ho deciso più giusta, perché il cuore mi dice così e al cuore non si comanda. Non mettere in dubbio l’amore, mai!”

La cultura ai tempi dei social è questa: bombardati di stimoli che sembrano portarci a pensare con più facilità e velocità, in realtà, siamo incappati in un mezzo potentissimo atto a toglierci il pensiero più importante ossia quello critico, non riusciamo più a discernere, a distinguere, a ridimensionarci e collocarci nel contesto reale, quello virtuale è più semplice e sicuro, gratificazione narcisistica massima garantita al minimo sforzo di pochi click.

L’accesso all’informazione è per tutti, la scelta e l’analisi delle informazioni è un’altra cosa ed è per pochi, presuppone formazione, studio ed esperienza. Informarsi non equivale necessariamente a formarsi, essere formati, ad esempio, significa saper distinguere tra emotività e ragione. Le ondate emotive sono probabilmente inevitabili, ma è la ragione che deve essere chiamata in causa per adottare le soluzioni più adeguate. Nulla toglie che emozione e ragione possano condividere le scelte di azione, ma se non ne traccio i confini, posso solo fare una gran confusione.

“Restiamo umani” sento dire, ma perché i peggiori crimini della storia li hanno compiuti gli alieni? Umano non significa buono, come alcuni sostengono, ogni volta che nego l’esistenza del lato oscuro dell’uomo, non faccio altro che incitarlo a venire fuori e lo fa, state sicuri che lo fa.

Talvolta è necessario sacrificare il consenso sull’altare del buon senso.

da:

https://www.ilfattoquotidiano.it/2018/06/14/aquarius-sacrificare-il-consenso-sullaltare-del-buon-senso/4426489/

Abusi su minori, anche i maschi possono essere vittime di violenza sessuale. Parliamone

Undici fatti riguardanti la violenza sessuale sui bambini/ragazzi:

1. Di cosa si tratta? Per violenza sessuale s’intende qualsiasi contatto fisico indesiderato a sfondo sessuale, molestie con o senza contatto diretto o tramite realtà virtuali, via Internet, social network e molto altro.

2. Chi la subisce? Chiunque può essere vittima di violenza sessuale, succede a bambine e ragazze e anche ai maschi! Un minorenne su 10 è stato vittima di violenza sessuale.

3. Chi ne è l’autore? Può essere un uomo, una donna o un altro ragazzo o una ragazza. Si indica come aggressore.

4. Come succede? Di solito il bambino/ragazzo ha un rapporto di fiducia con l’aggressore; per questa ragione spesso dopo gli riesce difficile fidarsi di nuovo di qualcuno.

5. Cosa può succedere durante una violenza sessuale? Ci può essere aggressione, inganno, manipolazione, si può provare paura o confusione. Il bambino/ragazzo potrebbe avere un’erezione o un’altra reazione fisica/fisiologica, questo non significa che gli piaccia o che lo voglia!

6. Chi è il colpevole? È sempre l’aggressore, questo è fuori di dubbio, anche se cercherà di discolparsi e di darne la responsabilità alla vittima dicendo che lo voleva e gli ha procurato piacere.

7. Aver subito violenza da un aggressore di sesso maschile non significa che il bambino/ragazzo diventerà omosessuale. Il desiderio di un bambino/ragazzo non dipende dal sesso dell’aggressore. A un maschio possono piacere le femmine o i maschi o entrambi; e ciò è ok, perché ognuno è libero di scegliere chi più gli piace.

8. La violenza sessuale è sesso? No! La violenza sessuale è violenza, mentre il sesso è piacere e affetto. Le due cose non hanno niente in comune.

9. Come ci si sente dopo? Ognuno può reagire in maniera diversa: con il silenzio, la rabbia o con tristezza, paura, senso di colpa, vergogna ecc. Ogni reazione è ok, non ce n’è una giusta e una sbagliata!

10. Come si può superare? Con il tempo, pazienza e l’aiuto di adulti e coetanei. Fidati di te e rispetta i tuoi tempi, così capirai di cosa hai bisogno.

11. Un amico può aiutare? Un buon amico è lì per ascoltare e parlare con chi ha bisogno di condividere quello che gli è successo.

Tutti coloro che subiscono violenza sessuale hanno diritto ad aiuto e a supporto!

Questo poster è stato realizzato nell’ambito del progetto europeo Culture of care di cui l’Istituto degli Innocenti di Firenze è uno dei partner e merita la massima diffusione possibile. Il progetto mira a creare e a rafforzare un ambiente che supporti i bambini e ragazzi potenzialmente vittime di violenza sessuale, in modo da ridurre il rischio che questi ne facciano esperienza, andando a costituire un importante lavoro di protezione e prevenzione.

È stato approntato un programma di formazione rivolto ad operatori appartenenti a diverse realtà che si relazionano con i minori: scuole, servizi sociali, comunità residenziali e organizzazioni giovanili. Gli stessi ragazzi all’interno di queste realtà sono beneficiari di specifiche azioni di supporto dirette a potenziare la loro conoscenza sul tema della violenza sessuale. Al termine del progetto saranno organizzate una specifica campagna di sensibilizzazione e delle conferenze nei Paesi coinvolti nel progetto che, oltre all’Italia, sono: Austria, Germania, Spagna e Bulgaria.

L’abuso sessuale sui minori (maschi e femmine) è grave e molto più diffuso di quanto si possa supporre. Culture of Care ha scelto di dare particolare attenzione ai minori maschi per cercare di individuare delle caratteristiche possano migliorare sia la rilevazione che la segnalazione, a seconda delle differenze di genere che sappiamo avere rilevanza per tutta una serie di aspetti psicologici e sociali. Aiutateci a diffondere la cultura della prevenzione e del contrasto contro ogni forma di abuso sessuale minorile.

da:

https://www.ilfattoquotidiano.it/2018/05/16/abusi-su-minori-anche-i-maschi-possono-essere-vittime-di-violenza-sessuale-parliamone/4358020/

Rapporti di coppia, nessuna relazione ha bisogno di violenza per (r)esistere

Ogni violenza per esistere ha bisogno di una relazione, ma una relazione non ha alcun bisogno di violenza per esistere. In ogni coppia troviamo un livello di conflittualità che è in grado di sostenere, superato il quale entra in crisi e una delle possibilità è che l’aggressività di uno dei due prenda il sopravvento sull’altro.

Solitamente è l’uomo a utilizzare modalità violente, in preda alla rabbia; la tentazione di usare la forza per imporsi c’è, ma non esiste solo la violenza fisica e l’aggressività non è solo una componente del maschio. L’uomo è comunque più incline alla violenza perché:

– può farlo in quanto (di solito) è più forte;

– può faticare maggiormente a esprimere le emozioni e questo può implicare un minore rilascio di tensioni rispetto a una donna;

– la rabbia (l’emozione che di solito genera un comportamento violento) viene pensata spesso come maschile e quindi quasi giustificata nei rapporti, quando non addirittura pretesa.

Certo che ogni uomo è perfettamente in grado di porsi in antitesi a questi tre fattori e non dover mai ricorrere a modalità violente. La violenza non è quasi mai un destino ma una scelta, anche se (come collettività) abbiamo il dovere di lavorare ancora tantissimo su tanti aspetti che favoriscono dinamiche conflittuali e violente all’interno delle relazioni tra i generi e non solo.

Un lavoro strutturato e continuativo nelle scuole con i ragazzi – perché imparino non soltanto dai libri di testo ma anche a leggersi dentro e a empatizzare con l’altro grazie ad adulti qualificati – è il miglior investimento che si possa fare oggi.

Talvolta la violenza è un modo altamente disfunzionale e pericoloso di tenere in vita un rapporto che non ha più futuro, se non quello ottenuto con l’imposizione e la paura. Per chiudere un rapporto bisogna ammettere di aver fallito con quella persona, ma bisognerebbe anche capire che fallire in un rapporto non significa fallire nella vita. Più si tarda a chiudere qualcosa, più si tarda ad aprirsi a nuove possibilità.

Per cambiare si passa necessariamente attraverso il dolore. Se le cose non vanno bene nella coppia non si può eliminare il disagio in modo veloce e indolore, ma questo è privo di senso se fa vivere in una situazione di stallo. Paradossalmente il malessere è il più potente fattore di cambiamento. Chi sta bene non ha alcun bisogno di cambiare qualcosa fortunatamente, ma a tutti avviene di dover cambiare qualcosa per stare meno male in situazioni che si riconoscono come difficili.

La violenza è un’opzione che può sembrare inevitabile: si crede di non aver alternative, ci si convince che in fondo, anche se si sbaglia, si ha ragione, ci si difende dall’altro come meglio si può. Altre volte può essere una modalità di interazione acquisita e ben radicata nell’individuo, che la utilizza perché non ha appreso altro che quella. Le motivazioni e le giustificazioni possono essere diverse ma il risultato è sempre la distruzione di uno o più rapporti; non ci sono eccezioni, anche quando chi subisce è poi in grado di ricorrere a risorse ambientali e personali che ne favoriscono la ripresa, i sentimenti verso gli aggressori saranno sempre conflittuali bene che vada.

Riconoscere di aver avuto dei comportamenti violenti e voler cambiare è un percorso ad ostacoli. La strada verso l’assunzione di responsabilità di quanto si compie è lunga e non elimina i danni che sono stati già provocati; ma il proprio benessere si misura forse più per le scelte che compiamo oggi e quindi quello che possiamo ancora cambiare che per le scelte che abbiamo fatto in passato e con cui dobbiamo necessariamente convivere.

da:

https://www.ilfattoquotidiano.it/2018/04/24/rapporti-di-coppia-nessuna-relazione-ha-bisogno-di-violenza-per-resistere/4304511/

Convegno nazionale Relazioni libere dalle violenze, una sfida per il cambiamento maschile

Il 23 e 24 Marzo si svolgerà a Trento il primo convegno nazionale dell’Associazione Relive -Relazioni Libere dalle Violenze, il coordinamento italiano, istituitosi nel 2014, a cui aderiscono molti dei centri che, negli ultimi anni, si sono andati creando per affrontare il lavoro con gli uomini autori di violenza. Il Convegno rappresenta un’importante e unica occasione di confronto e valutazione delle iniziative in atto sul territorio nazionale, a tre anni dall’entrata in vigore della Convenzione di Istanbul, che individua la rieducazione degli uomini autori di violenza quale parte integrante della strategia per il contrasto alla violenza di genere. Il Convegno è organizzato da Relive in collaborazione con Fondazione famiglia materna, Alfid Onlus e la Provincia autonoma di Trento, in corso di accreditamento Ecm e presso Ordine degli assistenti sociali, Ordine degli avvocati, Ordine degli psicologi e Iprase.

A prendere parte al convegno saranno relatori che, da anni, lavorano per il contrasto alla violenza di genere, nomi conosciuti a livello nazionale e internazionale.

Fare rete e condividere le esperienze più importanti che hanno prodotto dei risultati positivi o, al contrario, hanno evidenziato delle criticità riguardo alla presa in carico degli uomini autori di violenza su donne e minori è alla base di questo storico momento di confronto.

Un punto fondamentale che il convegno, ma l’Associazione Relive in generale, vuole ribadire è che, oltre ad avere delle linee guida comuni e una visione condivisa della violenza di genere, bisogna fare arrivare, alle istituzioni e a chiunque si affacci all’argomento, la specificità del lavoro con l’uomo autore di violenza.

Recenti e meno recenti fatti di cronaca rendono evidente che siamo in grossa difficoltà a riconoscere la violenza e i suoi pericoli, quindi gli operatori e le operatrici necessitano di una formazione specifica sul maltrattamento domestico perché questo non sfugga anche a tanti professionisti preparati e in gamba, ma che, senza aver sviluppato sensibilità e strumenti adeguati, possono sottostimare delle situazioni in cui donne e minori sono a rischio.

Rendere visibile l’invisibilità di cui si nutre e in cui prolifera la violenza di genere è un obiettivo fattibile a patto che istituzioni e professionisti si rimbocchino le maniche e ci sia una reale volontà politica verso il cambiamento, in modo che tragedie annunciate si verifichino sempre meno.

La libertà degli uomini passa necessariamente e ineluttabilmente dalla libertà delle donne.

Vi aspettiamo a Trento, chiunque desideri maggiori informazioni può rivolgersi alla segreteria organizzativa comunicazione@famigliamaterna.it

da:

https://www.ilfattoquotidiano.it/2018/03/15/convegno-nazionale-relazioni-libere-dalle-violenze-una-sfida-per-il-cambiamento-maschile/4215597/

Masochisti dei sentimenti, quando una storia finisce chiedetevi com’era iniziata

Diamo troppa attenzione alla fine di un rapporto, ne dessimo altrettanta al suo inizio, ci risparmieremmo molte prevedibili chiusure. La prevedibilità è uno degli affari più complicati che io conosca.

Quando una storia si chiude, non è quasi mai una passeggiata, solitamente chi ha lasciato se la passa meglio di chi è stato lasciato, ma si trova spesso a fronteggiare quella sensazione di solitudine e di aver perso tempo, tipica dell’elaborazione di una separazione. Il dispiacere per l’altro è presente, se la relazione è stata significativa, ma gestibile, quando l’altro accetta la chiusura senza eccessivi colpi di coda. Se si viene lasciati, il dolore, la rabbia, il rancore possono essere più difficili da contenere. Elaborare un fine rapporto non è scontato, quello che però spesso manca è l’elaborazione del suo inizio, di quando, come e perché il tutto è cominciato.

A quanti è capitato di chiudere una storia, pensando di essere arrivati esattamente alla conclusione che ci si aspettava? Sono convinto che non siete in pochi. C’erano già dei segnali significativi che qualcosa non andava, ma questo non ha costituito un freno, quasi come se godessimo nel darci ragione di stare a fare tutto ciò che, in un secondo momento, potremmo, a buon ragione, considerare sbagliato. Una sorta di masochismo relazionale innato perseguita molti di noi. Prevedere la drammaticità in una relazione è un po’ come pregustarla e sembrerebbe non avere peso alcuno nel prevenirla.

L’amore lo ricerchiamo con lo stesso impeto con cui bramiamo il dolore, amiamo soffrire per un qualcosa che, se fosse così facile da raggiungere, non avrebbe poi tutto il valore che vi attribuiamo.

La realtà tragica è che il malessere ci fa sentire più vivi del benessere, lo stare male ci fa raggiungere profondità che lo star bene non potrà mai darci. Il parametro di chi siamo e cosa vogliamo ce lo dà l’insoddisfazione molto più dell’appagamento. Siamo esseri complicati e l’amore è un affare complicato.

La sfida con il mondo non è altro che la sfida con noi stessi, l’avversario ci conosce, ci precede e ci segue contemporaneamente e chiunque vinca perde ugualmente. A volte innamorarsi è come dichiararsi guerra.

La logica non è amica nelle questioni di cuore, ma non dobbiamo farcela necessariamente nemica, una posizione di neutralità sarebbe auspicabile.

Vogliamo dall’altro che risponda alle nostre aspettative, ma se vi aderisce non ci dà modo di confrontarci con esse e capire se sono realistiche, se siamo disposti a disfarcene, a cambiarle o a difenderle senza eccezioni e dall’altro ricerchiamo soprattutto che sia in grado di metterci in discussione, altrimenti perdiamo interesse.

La verità è che la coppia è molto più dei due singoli individui che la compongono, ma i due individui che la compongono sono anch’essi molto più della coppia a cui il loro stare insieme dà vita.

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https://www.ilfattoquotidiano.it/2018/02/15/masochisti-dei-sentimenti-quando-una-storia-finisce-chiedetevi-comera-iniziata/4156321/

Molestie sessuali, cosa c’è di pericoloso nella posizione di Catherine Deneuve

Corteggiare e importunare hanno in comune la volontà di entrare nella sfera d’intimità dell’altro, scaturita da un desiderio di natura sessuale. Nel primo caso, si è in grado di gestire un rifiuto, nel secondo non si riesce ad accettarlo, talvolta, neanche a percepirlo, bloccando l’elaborazione necessaria a porre un limite ad qualcosa che diventa lesivo della tranquillità di coloro a cui rivolgiamo l’attenzione. La paura del rifiuto, seppure con modalità diverse e con presupposti diversi, rischia di paralizzare o innescare dinamiche disfunzionali, sia negli uomini che nelle donne, e spesso lo fa senza guardare in faccia nessuno.

Gestire un rifiuto rimane per un uomo un ostacolo, mina il suo stesso essere tale, ha appreso che gli uomini, per essere tali, ottengono dei risultati, mentre una donna ha appreso che, per essere accettata, non (si) deve rifiutare. Permettetemi questa semplificazione, ha ovviamente le sue eccezioni. Molto clamore e molta discussione stanno nascendo dopo il caso Weinstein e quello che ne è seguito e le parole di Catherine Deneuve e delle altre firmatarie dell’appello sul giornale francese Le Monde e quello che ne sta seguendo.

Credo che, comunque la si voglia pensare, la Deneuve raccolga e faccia sua una buona parte del malessere maschile circolante, in merito a queste vicende, il che non è necessariamente un male, in quanto intercetta dei pensieri e dei sentimenti maschili reali con cui bisogna confrontarsi, senza subito delegittimarli, per quanto scomodi e in parte dettati probabilmente da un retro pensiero patriarcale.

Se è vero che l’uomo non può più riproporre certi atteggiamenti e certi comportamenti, è anche vero che non ancora appreso delle alternative valide. Se è vero che la donna non può più tollerare certi atteggiamenti e certi comportamenti, è anche vero che non sempre ha ancora la possibilità di rilevarli e denunciarli nelle modalità più opportune. Una certa confusione mista a rabbia e paura è comprensibile e inevitabile, ma non va fomentata, altrimenti riproduciamo gli stessi meccanismi che proviamo a sradicare. Esistono delle regole relazionali generali per lo più condivise, anche se non scritte, ma anche delle regole relazionali di due specifiche persone che non necessariamente coincidono con le generali.

Tutto questo non toglie nulla al fatto che non si possa più fare finta che certi soprusi non avvengano e che bisogna abbassarne, quanto più possibile, la soglia di tolleranza, affinché vengano smascherati ogni volta che vengono riproposti.

Se una cosa esiste, la si affronta, così come la violenza di genere e il sessismo esistono e vanno affrontati. La metodica deve essere la stessa per tutti, usare parametri diversi significa non aver compreso da dove nasce in origine la violenza, ossia dall’incapacità di ascoltare e dall’impossibilità di sentirsi ascoltati. Non nego di aver pensato, vedendo i vari commenti e dibattiti in giro, che, ancora una volta, per un problema degli uomini (la violenza sulle donne) sembrano essere le donne coloro che si fanno maggiori domande, ma che purtroppo arrivano talvolta anche a contrapporsi fortemente.

Il vero cambiamento nasce dal non sentire la necessità di rispondere a quel che si vive come un’aggressione, in modo aggressivo, farsi esempio di gestione della rabbia, anche quando questa legittimamente straborda. Deneuve dichiara: “Lo stupro è un crimine. Ma tentare di sedurre qualcuno in maniera insistente o maldestra non è un reato, né la galanteria è un’aggressione del maschio. Noi difendiamo la libertà di importunare, indispensabile alla libertà sessuale”.

Ecco il passaggio che lancia un messaggio sbagliato e pericoloso: “la difesa della libertà di importunare”. Importunare e corteggiare sono due cose diverse, non si può trattarle alla stessa stregua. Il tentativo, non credo intenzionale, di confonderle denota la difficoltà che abbiamo, in questo momento, di fare distinzione tra il lecito e l’illecito.

Il corteggiamento non ha bisogno del consenso, perché venga espresso un si o un no, bisogna fare la richiesta. Il sì permette di continuare a mostrare sempre maggiore interesse, il no non permette che questo accada e dovrebbe costituire uno stop netto. L’andare avanti con un no è molestia e non è un diritto di nessuno, parlare di libertà di importunare è indispensabile non alla libertà sessuale, ma alla legittimazione della violenza sessuale.

E se molti uomini dichiarano di non capirci più granché o che le donne dicono no, ma in realtà intendono si, rispondo che questo non giustifica comunque il riproporsi con modalità via via più insistenti e invadenti. Credo che, se due persone vogliono conoscersi e frequentarsi, questo succede e basta. L’essere umano può essere ambiguo e anche emozionalmente confuso, gli stessi codici comportamentali sono soggetti ai tempi e agli stati emotivi che cambiano in ognuno di noi, ma nella forzatura e nell’insistenza dubito ci sia qualcosa di funzionale. Interagire con l’altro non nasce come una forma di violenza, ma come una forma di comunicazione, il violare ne è un possibile disfunzionale risultato.

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https://www.ilfattoquotidiano.it/2018/01/14/molestie-ancora-una-volta-sono-le-donne-ora-francesi-porsi-domande-per-un-problema-degli-uomini/4091056/

Relazioni di coppia, sappiamo davvero cosa funziona e cosa no?

Sappiamo sempre più cose delle relazioni che non funzionano, ma conosciamo ancora troppo poco delle relazioni che invece funzionano. E’ una caratteristica abbastanza comune, nell’essere umano, quella di concentrarsi su quello che non va, anziché guardare a quello che, tutto sommato, procede bene. Toglieteci tutto, ma non la possibilità di lamentarci, a torto o a ragione non importa, qualcosa di cui dolersi si trova sempre, senza dover faticare troppo.

Sappiamo che saper riconoscere una relazione che non funziona è un processo che raramente è immediato, ci vuole tempo. Se una relazione funziona, dovrebbe essere dimostrato dal semplice starci, qualcuno potrebbe pensare, ma quanti si incaponiscono a stare insieme anche quando le cose non vanno, oppure vi rimangono per abitudine o paura della solitudine? Lo stare insieme non può essere considerato un buon parametro per sapere che la relazione va bene, dobbiamo considerare il come si sta, la qualità dell’essere in due.

Una relazione funziona se si sta bene, ma stare bene non significa non litigare, non arrabbiarsi, non fare degli sbagli, non avere idee diverse, il tutto però deve essere sentito, da ognuno dei due membri della coppia, come un qualcosa che non snatura se stessi, un qualcosa in cui è possibile un compromesso e non un annullamento dell’altro, di quello che prova e che pensa.

In una relazione in cui si sta bene si può paradossalmente permettersi di stare male, mentre in una relazione in cui si sta male non ci si può ormai più permettere di stare bene. Una relazione funziona quando non si avverte il bisogno di cambiare l’altro, questo si azzera in favore della possibilità più concreta e fattibile di cambiare me di fronte a lui, si comprende che si è l’unica persona su cui si ha una reale possibilità di intervento e può significare anche decidere di terminare il rapporto, si prende atto che non viene soddisfatto quello che si sta cercando.

Cosa posso cambiare di me per aiutare l’altro ad accorgersi maggiormente di quello di cui ho bisogno, senza che questo costituisca un tradire quello che sono e quello in cui credo? Fino a che punto posso spingermi in tale direzione, senza sentirne un peso eccessivo o provare impotenza? Non sono domande alle quali è possibile rispondere con la testa, bisogna sapersi leggere dentro senza troppi filtri. L’ammettere di stare male porta a un cambiamento, negarlo è accanimento terapeutico autoinflitto.

Ogni relazione è molto più della somma dei due singoli individui che la compongono e molto meno delle aspettative che la alimentano. Le relazioni, non solo quelle di coppia, sono il più potente fattore di cura che io conosca, ma al contempo anche ciò da cui si generano i nostri disagi più profondi. Una relazione è una delle possibilità che la vita mi dà di esprimere quel che sono, quel che sono può cambiare, ma quel che cambia non può essere diverso da quel che sono.

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https://www.ilfattoquotidiano.it/2017/12/26/relazioni-di-coppia-sappiamo-davvero-cosa-funziona-e-cosa-no/4045342/

Violenza sulle donne, il primo nemico è la rabbia degli uomini. Anche di quelli non violenti

Esco da questo 25 Novembre, Giornata internazionale contro la violenza sulle donne, con due importanti considerazioni. La prima è che ormai si parla con sempre maggiore interesse, attenzione e capacità al fenomeno della violenza di genere. Ancora tantissimo il lavoro, ma i centri antiviolenza urlano forte la loro voce, i centri per autori di maltrattamento si diffondono sul territorio e si coordinano, la gente comune comincia a capirne qualcosa, al di là degli scoop mediatici, e la politica, a modo suo, prova a fare su un argomento che non può più essere preso sottogamba. Ripeto, non è abbastanza. Le troppe donne abusate quotidianamente sono lì a ricordarcelo, ma qualche passo in avanti lo stiamo facendo. Se fino a poco tempo fa, i media parlavano del 25 Novembre relegandolo tra le ultime notizie o a trafiletti, oggi ne danno notizia in apertura delle loro testate.

La seconda considerazione che faccio riguarda invece gli uomini. Parlo con molti di loro, professionalmente e non, ed escludendo una minoranza sensibilizzata, ascolto discorsi che mi fanno capire quanta incomprensione ci sia rispetto al messaggio che noi del settore cerchiamo di veicolare. Esiste una rabbia latente pronta a venire fuori alla prima occasione, questo è preoccupante e mi spaventa, non stiamo riuscendo a far passare il contenuto che vorremmo.

Moltissimi uomini, come risposta al diffondersi della consapevolezza della violenza sulle donne, si lamentano del fatto che nessuno parli della violenza delle donne o che ormai bisogna stare attenti a tutto quello che si dice a una donna o a come la si approccia, lo fanno con livore e sprezzo. E’ vero che bisogna parlare della violenza delle donne, pur con le dovute distinzioni, e che la violenza è condannabile sempre, indipendentemente dal sesso, come è vero che bisogna quantomeno cercare di stare maggiormente attenti, quando ci si approccia a una donna, a non invaderla, infastidirla, spaventarla e accettare il fatto che non è interessata (imparassimo ad accettare il rifiuto, a comprendere che non è un parametro accettabile per farci sentire uomini o meno uomini..)

Il problema è che gli uomini, senza volerlo, perché il merito di questo va esclusivamente alla caparbietà e al coraggio delle donne, sono con i riflettori puntati addosso come non lo sono mai stati, abitudini e consuetudini accettate e consolidate (vedi il caso Weinstein e tutto quello che ne è seguito) stanno esplodendo in faccia a coloro che le hanno applicate senza che ci sia una reale consapevolezza di quello che si è fatto. Ci si allerta e ci si preoccupa delle conseguenze, ma non si arriva a comprendere il significato dei comportamenti che ne sono stati causa.

Ho sentito uomini parlare in pubblico della violenza sulle donne diversamente da come ne hanno poi parlato in privato. Si mantiene una faccia a livello sociale, ma a livello personale e relazionale la si getta alle ortiche. Avverto chiaramente la rabbia degli uomini ed è facilmente dimostrabile andando a vedere i commenti che verranno fatti, da uomini, a questo stesso post, come le altre decine e decine fatte ad altri post miei o di chiunque altro affronti le tematiche di genere. Per dirne una.

Non ci siamo, il nostro messaggio deve essere chiaro e dirompente, ma nello stesso tempo accogliente. Non tutti gli uomini sono violenti, ma fanno parte di un sistema, io per primo, che permette la violenza e il sessismo, nessuno vuole proclamare la santità del genere femminile, ma una donna, oggi, non è ancora libera di camminare per strada di sera in una strada secondaria come lo potrebbe essere un uomo. Sempre per dirne una.

Impegniamoci non solo per parlare degli uomini, ma anche per parlare con gli uomini, non so ancora esattamente come, ma la strada deve essere quella e dobbiamo ragionarci insieme. Puntare il dito non è mai servito a nulla, se non a crescere quella stessa rabbia che finisce in violenza.

da:

https://www.ilfattoquotidiano.it/2017/11/28/violenza-sulle-donne-il-primo-nemico-e-la-rabbia-degli-uomini-anche-di-quelli-non-violenti/4005290/

Violenza sulle donne, gli effetti indelebili del maltrattamento domestico

Assumersi le responsabilità delle proprie azioni passa inevitabilmente dall’accettarne le conseguenze. Nelle situazioni di maltrattamento domestico, gli autori compiono spesso un faticoso percorso per capire le loro responsabilità, ed è tramite gli effetti della violenza su chi sta loro vicino e di cui riescono a rendersi conto che possono muovere il primo passo per chiedere un aiuto, comprendono, a qualche livello interiore, di esserne la causa.

Prendere consapevolezza del maltrattamento però non lo cancella, anzi rende tutto più difficile, capito il problema non ci si può più nascondere in alcun modo e bisogna intervenire esclusivamente su sé stessi, abbandonando l’illusione che debba essere la donna a cambiare qualcosa, eventualmente lo farà come risposta a diverse modalità di interagire del compagno.

La donna non dimentica, non può dimenticare e non deve dimenticare e lo stesso vale per i figli, qualora la violenza sia agita anche su di loro in forma diretta o assistita.

La difficoltà di molti uomini non risiede tanto nel comprendere la gravità di quanto possono aver commesso, ma nell’accettare che gli effetti prodotti possono rimanere a lungo, non scomparire mai completamente e riattivarsi al primo momento di tensione, anche se non è più presente l’intenzione di ripetere atteggiamenti e comportamenti aggressivi. Se non accettano questo, non fanno altro che far rinascere la propria rabbia, perché frustrati, aumenta così il rischio di spaventare nuovamente la donna, quando non di farle del male, si crea terreno fertile per le vecchie dinamiche. Non esistono vie d’uscita comode, la responsabilità e gli effetti della violenza rimangono sempre. Questo non toglie che sia ancora possibile una vita relazionale funzionale e senza violenza, bisogna non avere la pretesa che la donna cancelli quanto ha vissuto e che qualcosa, in lei, non si possa riattivare.

Ogni sforzo dell’uomo deve andare nella direzione di un cambiamento di atteggiamento e di comportamento, in nessun caso l’obiettivo deve essere far dimenticare il maltrattamento, volerlo non è altro che l’ennesimo tentativo di far soccombere i bisogni della donna o dei figli di fronte ai propri.

Cambiare si può, ma è necessario accettare che non bisogna mai scordare quello che ha costituito la motivazione a farlo, ossia un disagio presente nei propri affetti più cari e che spesso è lì a ricordare non solo il danno fatto, ma quello che non si vuole più fare.

da:

https://www.ilfattoquotidiano.it/2017/11/25/violenza-sulle-donne-gli-effetti-indelebili-del-maltrattamento-domestico/4000188/

Uno stereotipo di genere ha bisogno di te per sopravvivere, ma tu non hai bisogno di lui

Uno stereotipo di genere ha bisogno di te per sopravvivere, ma tu non hai bisogno di lui per vivere, solo che non lo sai e gli permetti di condizionarti impunemente nella vita di tutti i giorni.

Nella quotidianità delle relazioni intime tra uomini e donne, tante sono le cose che ci si sente obbligati a dimostrare, in primis l’essere abbastanza uomo e l’essere donna. Poco comune il parlare dell’essere abbastanza donna, una donna è considerata tale a prescindere di solito, difficilmente viene accusata di non esserlo, al massimo si crede che vada forzata ad essere come un uomo si aspetta che lei debba essere.

Per un uomo è più facile credere che non lo sia “abbastanza”, deve dimostrarlo, una donna non deve, le viene richiesto di aderire a quei comportamenti che fanno in sostanza sentire l’uomo abbastanza uomo. Come se non ci fosse neanche spazio, non solo sociale e culturale, ma mentale, per pensare a una donna che non aderisca all’essere donna che la cultura patriarcale le ha creato e imposto.

Sarebbe bello non dover dimostrare niente che non sia già nella dinamica di un incontro tra un uomo e una donna, ma raramente ci si riesce. Gli stereotipi creano delle aspettative, uomini e donne sono fatti in certo modo e le loro interazioni devono confermarlo, altrimenti ci si sente spaesati, frustrati, persi, arrabbiati.

Le differenze sono importanti, non tutto è stereotipo, ma talvolta sembra che lo stereotipo sia tutto. Nelle relazioni viene negato uno spazio mentale e temporale per differenziare, fare la differenza tra quello che si vorrebbe realmente e quello che si è appreso bisogna volere per essere accettati da tutti.

Differire permette di porre dei limiti, il limite mi consente di fermarmi e tornare verso di me e quindi apre alla possibilità di ripensarmi. Quello che vedo dell’altro, o meglio come lo vedo, può darmi più informazioni più su di me che sull’altro. Il come gli uomini vedono le donne dice molto non del loro essere uomini, ma di che uomini vogliono essere. Mi riconosco in un genere nella misura in cui non mi riconosco nell’altro.

Educare alle differenze significa prendere atto che esistono e riguardano, atteggiamenti, comportamenti, modi di pensare, di vivere le emozioni e interagire tra di noi.

Il bisogno di cambiare l’altro è proporzionale all’incapacità di cambiare sé stessi, più voglio che l’altro cambi, più sto evidenziando che io non sono in grado di adattarmi. Anche l’adattarsi ha dei limiti certo, è per questo che le relazioni possono nascere, ma anche terminare e va bene così.

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https://www.ilfattoquotidiano.it/2017/10/25/uno-stereotipo-di-genere-ha-bisogno-di-te-per-sopravvivere-ma-tu-non-hai-bisogno-di-lui/3931761/