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Parlare di mascolinità ‘tossica’ allontana chi si dovrebbe sensibilizzare. Per questo è sbagliato

La violenza sulle donne è argomento del quale ormai finalmente, da qualche anno, ci si occupa dandogli il legittimo spazio, ma la quantità di tempo dedicato a questo fenomeno non deve prescindere dalla qualità di come lo si fa: il linguaggio che utilizziamo può essere di aiuto o di ostacolo e le parole è indubbio che siamo sempre noi a sceglierle.

Un’espressione, attualmente particolarmente in voga, da cui però voglio prendere le distanze, sebbene ne capisca le motivazioni e le argomentazioni a sostegno e le sincere intenzioni di evidenziare delle criticità di un certo modo di comportarsi da uomini, è quella di “mascolinità tossica“. Associare al maschile la parola “tossicità” riesce solo nell’intento di allontanare gli uomini dal problema, non riconoscerlo o fargli attaccare il femminile – in quanto si sentono marchiati ed etichettati.
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Certo, mi si dirà, non si vuol certo dire che tutto il maschile è tossico, ma se si usa un termine omnicomprensivo di una categoria (e mascolinità lo è) e lo si associa ad un aggettivo, nella mente di molti quell’aggettivo sarà rappresentativo di tutta la categoria, quantomeno a livello simbolico e concettuale. Molte donne credo sappiano bene di cosa parlo perché lo hanno vissuto solo per il fatto di essere nate donne.

La violenza sulle donne è un problema degli uomini, ma considerare il maschile tossico è un problema sia degli uomini che delle donne. Ritengo problematico un certo tipo di maschile all’interno delle relazioni, rigido, intollerante, refrattario al cambiamento, aggressivo, ma voler cambiare quel maschile ed accusarlo di tossicità la vedo una operazione destinata al fallimento, buona sola a tener contento chiunque voglia approcciarsi al fenomeno in modo accusatorio e toccare solo la superficie.

Se vogliamo includere il maschile all’interno del cambiamento dei ruoli e di nuovi equilibri nelle relazioni uomo-donna, dobbiamo sì evidenziarne i limiti imposti da secoli di culturale patriarcale, ma il linguaggio deve essere comune, non creare contrapposizione, altrimenti per ogni uomo che riusciamo a mettere in discussione e a sensibilizzare altri dieci non faranno mai proprio il problema di un maschile diverso.
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Quando lavoro con gli uomini autori di violenza, se da me passasse il messaggio che il loro maschile fosse tossico, sono certo che metà di loro andrebbe via, mentre all’altra metà non so quanto gioverebbero senso di colpa e autoflagellazione linguistica. In conversazioni private con amici uomini non sensibilizzati al fenomeno, otterrei più muro che comprensione: con il risultato che una eventuale partecipazione a sentirlo come un proprio problema rimane un miraggio.

La violenza sulle donne oggi gode di un’attenzione enorme: questo implica responsabilità nei toni e nelle modalità. La giustezza degli argomenti non è un lasciapassare per utilizzare modalità svilenti o riduttive di un maschile che può, sa essere e probabilmente vuole essere migliore.

Nascono, in rete e non solo, sempre maggiori proteste e movimenti di uomini che si ribellano a questa tossicità a loro affibbiata, con la conseguenza che arrivano a negare la violenza sulle donne o addirittura a pensare che i ruoli siano invertiti: oggi sono gli uomini le vere vittime e le donne le vere carnefici. Ed è proprio con loro che dovremmo provare a parlare, non con chi già ci ascolta, ma con chi ha le sue motivazioni per non farlo e abbattere quelle motivazioni solo con la forza del dialogo e del buonsenso. Rabbia genera rabbia e violenza, che è deprecabile in qualsiasi forma si esprima e verso chiunque sia rivolta.
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Parlare di tossicità in un clima che vogliamo sicuramente di serrato confronto, ma non svalutante per nessuno, lo avvelena e fa sì che a parlare di violenza sulle donne siano ancora solo le donne, con qualche uomo in più di ieri; ma non basta, lo sappiamo.

Quante volte si è chiesto agli uomini di prendere posizione contro la violenza sulle donne con qualche campagna di sensibilizzazione in cui si chiedeva loro di prendere le distanze dal fenomeno condannandolo o mostrandosi/sentendosi migliori solo perché loro dichiarano pubblicamente di non agire violenza sulle loro compagne (anche se i numeri e l’esperienza ci dicono che molti di quegli uomini possono benissimo aver avuto dei comportamenti violenti privatamente)?

A mio avviso è come chiedere agli uomini di farsi carico del problema e di non farsene carico allo stesso tempo, un messaggio contraddittorio che serve a creare solo delle fazioni tra la maggior parte degli uomini. Ad essere tossico non è nessun uomo, ma solo la violenza in sé.

La questione della responsabilità maschile in merito alla violenza di genere deve passare attraverso la responsabilizzazione del linguaggio che utilizziamo nei confronti del maschile stesso: non esiste alcuna mascolinità tossica, se non nella misura in cui serva a noi ad allontanare gli stessi uomini per accusarli, subito dopo, di essersene allontanati.

da:

https://www.ilfattoquotidiano.it/2020/12/04/parlare-di-mascolinita-tossica-allontana-chi-si-dovrebbe-sensibilizzare-per-questo-e-sbagliato/6023705/

Giornata contro la violenza sulle donne, gli atteggiamenti discriminatori vanno contrastati. Ma nei modi giusti

Sessismo e violenza non sono fenomeni separati, eppure ancora in tante e in tanti accusano altri di sessismo con toni arroganti, prepotenti, aggressivi. Anche qui vige la regola, imperante ormai sui social come nella vita reale, che se non sei d’accordo con me stai sbagliando e io ti devo cambiare. Invece di far incontrare le idee, si preferisce farle scontrare: nel fare incontrare le idee bisogna avere concetti e bisogna saperli esprimere, nel farle scontrare si butta tutto in caciara e ognuno regna sovrano nei propri convincimenti senza scalfire quelli dell’altro.

Il sessismo indica l’atteggiamento di chi promuove difende o giustifica l’idea dell’inferiorità di un sesso rispetto all’altro, è quindi un atteggiamento discriminatorio e come ogni forma di svalutazione si nutre di una cultura impositiva e violenta. Indubbio che il sessismo, per secoli, è stato utilizzato dagli uomini verso le donne, senza che questo non significhi non condannare anche chi possa, al contrario, ritenere inferiore il sesso maschile. Il sessismo in sé è un’assurdità, indipendentemente da chi lo applica, ma questa assurdità ha creato limiti e danni più alle donne che agli uomini.
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Talmente radicata è l’idea della superiorità maschile (meno di un tempo, non dimentichiamolo, anche se di strada da percorrere ne abbiamo) che il sessismo a volte può essere anche divulgato con una certa ingenua inconsapevolezza.

Quando ci si accorge di atteggiamenti e comportamenti sessisti, si dovrebbe certamente evidenziarli o prenderne le distanze a seconda delle situazioni, ma non si dovrebbe mai reagire con lo stesso atteggiamento aggressivo e svalutativo insito di chi sta assumendo quei tipi di atteggiamenti e comportamenti. Se a violenza reagisco con violenza, se ad arroganza reagisco con arroganza, se a svalutazione reagisco con svalutazione, come ci si può considerare diversi e in grado di mandare messaggi diversi?

Anche la legittimità delle proprie idee non deve presupporre la liceità di scaraventare addosso all’altro la propria rabbia in modo confuso e sconsiderato. Certo, è difficile di fronte a qualcuno che ci etichetta o considera inferiori non perdere la calma, ma è quanto necessario per ottenere il cambiamento, togliere all’altro la possibilità di scontrarsi sul campo con quegli stessi atteggiamenti e comportamenti che lui padroneggia bene, portarlo in un campo di confronto diverso dove i suoi strumenti non funzionano più perché siamo noi a non permettere che funzionino.
Violenza sulle donne, un fenomeno strutturale che necessita di un cambio di marcia
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Chi difende i diritti delle donne difende i diritti degli uomini e dovrebbe volere che nessun uomo e nessuna donna debbano ricevere lo stesso trattamento riservato tante volte e su troppi aspetti alle donne, perché fa muro contro quel modo di fare, non verso le persone che sì lo utilizzano, ma che si vorrebbe lo cambiassero. Lo stato di accusa non produce cambiamento, se non per imposizione e paura o, al contrario, genera maggiore livore.

Questa è una breve riflessione che voglio lasciare per questo 25 novembre diverso, giornata internazionale contro la violenza sulle donne. Gli eventi riguardanti questa data, creati per sensibilizzare l’opinione pubblica, verranno tenuti per lo più online, mentre all’interno delle mura di casa tutto continuerà ad avvenire purtroppo regolarmente dal vivo nelle situazioni di maltrattamento domestico. Anzi, sappiamo bene come questo periodo difficile, dovuto alla situazione sanitaria, possa portare a maggiori tensioni che possono più facilmente sfociare in violenza.

Pari diritti e opportunità sono gli unici obiettivi da raggiungere e per farlo dobbiamo dare l’esempio nei modi oltre che nei contenuti.

da:

https://www.ilfattoquotidiano.it/2020/11/25/giornata-contro-la-violenza-sulle-donne-gli-atteggiamenti-discriminatori-vanno-contrastati-ma-nei-modi-giusti/6014795/

Covid, il film di fantascienza soft in cui viviamo non è altro che il sequel del mondo di prima

“Andrà tutto bene”, “Niente sarà più come prima”, “Il virus ci cambierà”, ”Il virus non ci cambierà” e slogan/hashtag discorrendo, mesi passati a fantasticare, quando non a pontificare, sulle conseguenze del post-Covid, anche quando questo post-Covid si fa attendere e ci dilania, ci intontisce, ci fa perdere lucidità o ci convince che mai in vita nostra abbiamo ne abbiamo avuta così tanta.

Allora ci stringiamo, anche se non fisicamente, o ci allontaniamo ben oltre le distanze da protocollo sanitario. L’altro è il nemico, il possibile portatore del virus oppure il possibile portatore di un pensiero diverso dal mio, allora scattano i protocolli naturali ed istintivi dell’essere umano. Perché è la realtà personale a prevalere sempre e comunque, se ho di che vivere le restrizioni le posso accettare, quando non incoraggiare. Se le restrizioni mi tolgono di che vivere o mi producono comunque perdite importanti, allora non le accetterò.
Coronavirus, rispettare le regole non vuol dire negare la sofferenza per il confinamento
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Il virus circola e le nostre emozioni fanno altrettanto, solo che sono più veloci e non c’è mascherina o gel disinfettante che possa contenerle e alla nostra tavola possono essere più di sei e non hanno orari, ma non sono letali se non siamo noi a tramutarle in azioni che possono arrecare danno.

Nessuno può imporre alla nostra mente di non pensare e al nostro cuore di non sentire: qualsiasi limitazione in questo senso non fa altro che ottenere l’effetto contrario, si pensa e si sente con più intensità e si è quindi poi portati ad agire in linea con quanto si pensa e si sente con più forza oppure si cede riconoscendosi in una posizione di svantaggio.

Il libero pensiero è però quella cosa che non ci sottometterà ad argomentare o sostenere necessariamente quello che i mass media in ogni forma hanno deciso che oggi argomenteremo o sosterremo, pur non sapendone nulla, né noi, né loro; che quantomeno però sanno consapevolmente di poter deviare l’attenzione e lo scelgono, poche eccezioni a parte. Mentre noi ci crogioliamo nell’ignoranza a suon di like compiacenti o di sterili polemiche gli uni contro gli altri, senza avere la consapevolezza necessaria per una visione di insieme che ci unisca invece che dividerci.

Osservo la gente in strada, metà del volto coperto dalle mascherine, gli slalom per non essere troppo vicini o al contrario la noncuranza per le distanze; osservo la paura di alcuni, la tracotanza di altri, la stanchezza di tutti dopo 8 mesi in questo film di fantascienza soft che stiamo vivendo e banalmente non mi piace per niente la velocità con la quale ci si adegua o la violenza con la quale ci si ribella.
Relazioni: tra il vero e il virtuale quel che sono vale più di quel che faccio
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dal blog di Mario De Maglie
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Ma la nuova normalità non è altro che la prosecuzione della vecchia, dove era utile indebolire il sistema sanitario, creare contrapposizioni politiche e sociali, massimizzare il rapporto con il proprio smartphone, pc o tablet a scapito della persona umana che avevamo di fronte.

Nulla è nuovo, se non l’intensità con la quale ci direzioniamo o forse meglio dire siamo direzionati verso un futuro in cui ci dicono da anni, con i fatti a scapito di ogni parola, che individualismo e precarietà sono gli obiettivi da raggiungere.

Se la speranza, come si dice, è l’ultima a morire, speriamo né di Covid né con il Covid, anche se al momento è in terapia intensiva.

da:

https://www.ilfattoquotidiano.it/2020/11/06/covid-il-film-di-fantascienza-soft-in-cui-viviamo-non-e-altro-che-il-sequel-del-mondo-di-prima/5991259/

Relazioni: tra il vero e il virtuale quel che sono vale più di quel che faccio

Qualcuno, prima o poi, dovrebbe scrivere un trattato per fare un’equiparazione ragionata e articolata tra i social network e l’ignoranza intesa non in senso dispregiativo, ma come semplice mancanza di conoscenza. Ignorante non è una parolaccia o un termine necessariamente negativo, ignoriamo tutti qualcosa, siamo tutti ignoranti. Apprezzo chi ammette la propria ignoranza, sono guardingo verso chi esibisce il proprio sapere invece di sforzarsi di farne stimolo per l’apprendimento. L’ignorare ci accomuna molto più del conoscere, inevitabilmente sono molte più le cose che non conosciamo che quelle che conosciamo, anche se spesso ci atteggiamo e comportiamo come se fosse vero il contrario.

La maggior parte della gente non riesce a trattenersi dall’esporre le sue idee, indipendentemente dalle competenze nel farlo, questo è vero online, ma ormai se ne ammirano risultati anche offline, in quanto vuoi che quello che mi tocca la pancia in rete non possa non farne partecipe anche le mie relazioni non virtuali?
Gli uomini che parlano senza vergogna delle loro fragilità sono un esempio potente per tutti
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dal blog di Mario De Maglie
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Siamo il popolo delle informazioni non richieste (multinazionali della rete a parte, che sulla rarefazione del privato hanno costruito i loro immensi guadagni), gettate in pasto ai social e nel sociale, che sanno di inutile o semplice sfoggio narcisistico fermo restando che c’è sempre chi avrebbe tutto il diritto e le conoscenze per esprimersi o comunque sarebbe in grado di virgolettare ogni sua espressione, ma parliamo di una minoranza. Conforta sapere che le minoranze, proprio perché tali, si distinguono da una maggioranza omologata, anche se ciò implica per loro un certo grado di caparbietà e solitudine.

La tentazione di non parlare più di livello d’istruzione, ma solo di “livello distruzione” c’è e non è solo un simpatico gioco di spazio e di accenti. Abbiamo appena lanciato le scuole dei banchi mobili e della scolarizzazione immobile d’ altronde. I social hanno reso la vita di molti un palcoscenico, pudore ed intimità da valori sono diventati orpelli di un vecchio modo di fare che non coincide più con il nostro modo di essere.
Nelle relazioni la miglior difesa è quella che tramuta lo scontro in incontro
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dal blog di Mario De Maglie
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Da adulto, tengo particolarmente cari i ricordi della vita pre-internet, tutto quello che oggi sembra impossibile senza uno smartphone, in passato, da ragazzo, non mi mancava, non ne sentivo il bisogno o potevo comunque provvedervi in altro modo senza problemi. Chi è ragazzo oggi non avrà ricordi senza la connettività, potrebbe faticare maggiormente a riflettere su eventuali mancanze nelle connessioni relazionali vere. La parola “connessione” esisteva nella lingua umana ben prima dell’avvento di internet e non aveva nulla di virtuale, bensì oserei dire era un qualcosa che richiamava spesso lo spirituale.

Non è il solito discorso contro la tecnologia e il progresso, o forse anche sì, fate voi, però a me serve e lo scrivo per non dimenticare. Cosa? Che oggi possiamo fare tante cose prima inimmaginabili e molte di queste sono buone, ma che le potenzialità di quel che faccio possono dipendere dai tempi e dallo sviluppo del momento storico che vivo, ma che le potenzialità di quello che sono dipendono solo da me. Posso utilizzare quel che sono ancora meglio di quel che faccio.

da:

https://www.ilfattoquotidiano.it/2020/10/06/relazioni-tra-il-vero-e-il-virtuale-quel-che-sono-vale-piu-di-quel-che-faccio/5953664/

Gli uomini che parlano senza vergogna delle loro fragilità sono un esempio potente per tutti

Parlare del maschile non significa parlare di violenza sulle donne, sebbene la violenza sulle donne sia certamente collegata al maschile o quantomeno ad un certo tipo di modello maschile e la violenza di per sé non abbia genere: un atteggiamento o comportamento violento può averlo chiunque, uomo o donna.

Abbiamo un problema, però, se mediaticamente e pubblicamente ogni volta che si parla apertamente del maschile si parla di violenza e viceversa. Il maschile può e deve includere molto altro. Certo la rabbia è un’emozione che si collega culturalmente più legittimamente ad un uomo che ad una donna, ma la rabbia è un’emozione che provano tutte le donne, solo che, per gli uomini, la rabbia è un’emozione maschia appunto, “macha”, competitiva, aggressiva ed è spesso questo il modello maschile che è stato dominante in tante culture e in tante epoche.

Ci si aspetta che un uomo sfoghi la rabbia perché il farlo lo qualifica come uomo. La rabbia sfogata da una donna a volte viene collegata ad un atteggiamento più isterico. L’uomo caccia, è predatore, la donna cura ed educa, di conseguenza rabbia e aggressività servono più nel primo che nel secondo caso, ma sappiamo bene che oggi le donne hanno tutto il diritto di “cacciare” e gli uomini di “educare e curare”, lo fanno e piace, si può scegliere molto più che in passato, pur con tutti i limiti ancora attuali.
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Oggi incontriamo spesso un maschile arrabbiato e indignato, in quanto stanco di essere identificato con la violenza e, sebbene in alcuni casi si tratti davvero di un maschile violento, che nella sua risposta polemica ed aggressiva evidenzia esattamente quanto vorrebbe negare, in tanti altri casi troviamo uomini che hanno una gestione ed un controllo della propria rabbia che sanno bene come non far sfociare in violenza, ma che talvolta, nel dibattito sociale e mediatico, sembrano essere meno visibili. Si deve a stare attenti quindi a differenziare.

Il messaggio che si dà agli uomini è un qualcosa del tipo “se devi parlare del tuo maschile, devi parlare anche di violenza sulle donne” e in tanti, pur di non sentirsi “dare dei violenti”, non parlano del proprio maschile, anzi si chiudono o polemizzano, rinforzando proprio gli elementi di quel maschile che vorremmo spronare ad aprirsi alle emozioni.

Le accuse non hanno mai voluto mettere in discussione nulla, le accuse si fanno perché ci possa essere una condanna, un giudizio, hanno come fine la punizione, non il cambiamento. Ecco perché la via difficile per il cambiamento maschile non deve passare in un’accusa tout court, ma deve trovare altre strade che possono nascere negli stessi uomini e nelle relazioni con le loro madri, sorelle, compagne, amiche e soprattutto tra di loro, uomini che parlano liberamente e senza vergogna delle loro emozioni e delle loro fragilità sono un esempio potente per tutti.

L’autoconsapevolezza maschile può nascere in solitaria, certo, ma la potenza del gruppo, della condivisione, della solidarietà sono fuori discussione, un maschile che sa parlare agli altri uomini delle sue fragilità senza provare imbarazzo è un maschile che avrà sempre meno bisogno di essere legato alla violenza di genere.

da:

https://www.ilfattoquotidiano.it/2020/07/28/gli-uomini-che-parlano-senza-vergogna-delle-loro-fragilita-sono-un-esempio-potente-per-tutti/5880666/

App Immuni, quelle icone fotografano la realtà attuale. Non capisco cosa c’è di sbagliato

E’ ingenuo (anche se comprensibile) pensare che la campagna per sponsorizzare la app Immuni, per come sia stata inizialmente concepita almeno, ma probabilmente anche nella sua “evoluzione” sia un qualcosa di casuale, di dovuto ai soliti stereotipi di genere di cui ancora la nostra mentalità collettiva e individuale è piena.

La prima immagine, simbolo della campagna, vede una donna e un uomo fuori da due diverse finestre, la prima ha in braccio un bebè, il secondo un computer portatile (sarà invece casuale il richiamo evidente di un notissimo logo di un marchio produttore di smartphone e computer?…).
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L’immagine ha causato indignazione e diverse polemiche perché, ancora una volta, la donna viene rappresentata indissolubilmente legata alla dimensione della cura, la quale comunque non è un peccato o una bestemmia, sebbene vada indiscutibilmente incentivato che anche gli uomini possano usufruire di quella dimensione proprio perché è un qualcosa di cui andare orgogliosi. L’uomo invece viene rappresentato indissolubilmente legato alla dimensione lavorativa, la quale comunque non è un paradiso in terra, sebbene vada indiscutibilmente incentivato che anche le donne possano accedervi in egual misura agli uomini perché non meno capaci di certo.

Per quel che ne so, quell’immagine rimane comunque uno spaccato della realtà attuale, in tempi recenti di confinamento e anche oltre, le donne probabilmente hanno dovuto ancora maggiormente sobbarcarsi compiti di cura e accudimento rispetto agli uomini, quindi un qualcosa che ritrae la realtà attuale non vedo come possa essere sbagliata, anche se sono io il primo a dire che dobbiamo lavorare duramente per cambiare quella realtà.

La questione però è un ‘altra, a mio parere, anche il peggior esperto di comunicazione avrebbe potuto prevedere che la scelta di quelle immagini avrebbe portato con sé delle critiche, data ormai l’attenzione alta a questi temi, quindi sono semplicemente volute. Potevano essere scelte altre immagini più neutre, ma così non è stato.

Dopo le prime polemiche cosa è successo? Ecco pronta una seconda immagine in cui è l’uomo ad accudire il bebè e la donna invece a lavorare da casa con il solito pc (il logo del noto marchio rimane, lui, grazia sua, è indifferente al genere).

Quindi tutti contenti, almeno i benpensanti. Io però, che penso male, vedo solo che le questioni di genere vengono volutamente e consapevolmente strumentalizzate, magari per distogliere l’attenzione e far parlare di altro che non siano i danni sociali, sanitari ed economici del Covid? Bisogna far vedere quanto la nostra classe politica sia attenta a certi temi, per non parlare di quanto su altri sia completamente assente, proclami a parte?

In questa, comunque la si voglia pensare, triste vicenda delle immagini scelte per la app Immuni non c’entra nulla il patriarcato, ma la manipolazione mediatica che è un’altra cosa.

da:

https://www.ilfattoquotidiano.it/2020/06/05/app-immuni-quelle-icone-fotografano-la-realta-attuale-non-capisco-cosa-ce-di-sbagliato/5825449/

Coronavirus, rispettare le regole non vuol dire negare la sofferenza per il confinamento

Ho sempre creduto che abbracciare fosse un’emozione, ma ai tempi del Covid19, scopro che non abbracciare può essere un’emozione ancor più grande. Abituati al contatto fisico, tanto da darlo per scontato, il virus ha ribaltato le nostre più intime abitudini, privandoci di una delle cose più belle, la spontaneità, quel qualcosa che nasce dall’intimo senza essere dotato di freni e che invece ora siamo obbligati a frenare e incatenare subito dopo.

E’ una sensazione alienante vedere le persone che si incrociano per strada e, senza pensarci, adottano il distanziamento necessario tra slalom e deviazioni, tutti uniti nel sentirsi divisi. Siamo costretti, dalle autorità, dal buon senso, dalla voglia di aiutare seguendo le regole, questo non significa privarci di ammettere il costo collettivo e soggettivo del confinamento.

Qualcuno poi dovrebbe spiegare ai media che abbiamo una lingua, l’italiano, che è bellissima e ha vocaboli sempre pronti all’uso, per cui sostituire termini come confinamento, corridore e comitato di esperti con lockdown, runner e task force ci allontana da un sentire comune nazionale e implica una de-valorizzazione della nostra lingua che non ha motivo di esistere, se non nella svendita di noi come popolo e storia in pasto a una collettività globale dove i più forti, senza patria e radici, si approfittano dei più deboli e ce lo spacciano come legittimo e inevitabile. Non siamo più fighi se usiamo l’inglese, siamo solo meno italiani.
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Dal distanziamento sociale alla frammentazione individuale sembra ormai esserci meno di un metro. Chi è solo brama compagnia e chi è in compagnia brama solitudine, tante sono le inversioni, i paradossi e i contrasti che il Covid19 ha creato e potrebbe ancora creare e, al momento, sicuramente la nostra visuale è parziale.

Dopo il trauma avviene un momento di elaborazione per consentire la sopravvivenza, ma, a mio avviso, siamo ancora nella fase traumatica. Per la fase 2 del nostro territorio mentale non esiste consiglio di esperti capace di far adottare strategie e comportamenti comuni e salvifici. Staremo semplicemente a vedere quel che accadrà e ci faremo i conti nel momento in cui accadrà.

Nel mondo post Covid19, le diagnosi di natura psicologica o psichiatrica potrebbero essere fatte ufficialmente online grazie ai profili Facebook. La curva del confinamento delle menti segue, quando non supera, la curva del confinamento dei corpi. Se c’è una cosa che i social network mettono in evidenza è che non esiste pensiero privo di critica, ma solo critica priva di pensiero.
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Già in molti hanno cessato di ripetere ossessivamente “andrà tutto bene”, un legittimo o quantomeno comprensibile, anche quando non condivisibile, tentativo di nutrire la speranza non è stato altro che un palliativo per andare incontro a una realtà che non è come la vorremmo e forse meritiamo per il solo fatto di esistere.

Illudersi di avere il controllo mentre si vive l’impotenza è stata una strategia di sopravvivenza per più di qualcuno, ma si va esaurendo, bisogna sopravvivere con altri mezzi e quindi pensare diversamente, aprirsi al dubbio e al dolore e alla rabbia che ne possono derivare per non soccombervi in un secondo momento.

Continuo a credere nell’essere umano, lui che può essere globale, non i mercati e i poteri vari con le varie rappresentazioni politiche; globale nel senso di essere intimamente legato alla natura intera e che questa tende all’equilibrio: per quanto altre forze la contrastino, ne uscirà vincitrice senza chiederci il permesso. Questo sì che vorrei autocertificarlo.

da:

https://www.ilfattoquotidiano.it/2020/04/28/coronavirus-rispettare-le-regole-non-vuol-dire-negare-la-sofferenza-per-il-confinamento/5784293/

Carceri, di quest’emergenza si parla poco. Ora spero che il virus ci insegni a guardare oltre

Pensate a quello che stiamo vivendo ora, nelle nostre amate e sicure case, ma senza internet e le normali possibilità di svago casalinghe, senza la compagnia dei nostri cari, aggiungeteci dei perfetti sconosciuti con cui condividere degli spazi ristretti, rinunciando giocoforza a qualsiasi intimità, moltiplicatelo per mesi e anni e avrete una seppur minima idea del vissuto dei detenuti nei luoghi di reclusione.

Limitiamoci a quello che, per ora, possiamo avere in comune con i detenuti, principalmente una limitazione della libertà di movimento. In molti parlano del restare a casa come se fosse scomodo ma semplice, in realtà non lo è affatto, fermo restando che è una cosa estremamente necessaria, in questo momento: va fatta. Anche solo lasciando stare le preoccupazioni economiche, stare a casa ha delle implicazioni mentali importanti e bisogna riconoscersele. Nei prossimi giorni la fatica psicologica delle limitazioni imposte si farà sentire sempre di più, è doveroso non negarla sin da adesso.
Coronavirus, nelle carceri la situazione sta esplodendo e se continua così le tragedie non si conteranno
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Personalmente è una settimana che esco solo per fare la spesa, ieri sera mi è successo un qualcosa di improvviso ed imprevedibile, sono dovuto uscire di notte sul mio balconcino, sentivo il bisogno di un contatto con l’aria e il mondo esterno, non esagero se dico che, se avessi deciso di non farlo, probabilmente non ci sarei riuscito. Si è trattato di un momento, ma di una intensità che mi ha scosso. Quanti di voi hanno provato o proveranno, nei prossimi giorni, qualcosa di simile? Le mura, anche se domestiche, rimangono delle mura.

Lavoro ormai da diverso tempo in carcere, ho dovuto giustamente fermare tutte le attività cliniche che sto portando avanti a causa dell’emergenza che stiamo vivendo, io e i detenuti con i quali svolgo i gruppi di terapia non abbiamo avuto modo di salutarci, di dirci quello che stava succedendo e di prenderne atto ed elaborare insieme il distacco obbligato, di farci coraggio reciproco rispetto alla continuità di quanto intrapreso, in certi frangenti, siamo tutti semplicemente esseri umani e i professionisti lo devono comprendere.

Quando apprendo la notizia delle sommosse in diversi carceri d’Italia, non posso non pensare a quei lunghi corridoi e a quelle lunghe attese, a quei tanti ostacoli a cui le case circondariali mi hanno abituato, non posso non pensare agli uomini che lì dentro ho visto e ho provato ad aiutare, alla loro rabbia.

Il sospetto di una regia dietro alle rivolte è forte, la magistratura indagherà, questo però non toglie assolutamente nulla alle condizioni carcerarie esistenti e che privano i detenuti del potersi considerare ancora persone. E’ facile, per chiunque, fare leva sul malcontento e il malessere dei detenuti perché è reale quanto le sbarre che li imprigionano, è urgente indagare e modificare ciò che lo crea.
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dal blog di Susanna Marietti
Il carcere è questo: un luogo di poveracci e disperati. Ora, dopo le rivolte, abbiamo un’emergenza da tamponare

Io non so se andrà tutto bene nel prossimo futuro, come molti sostengono in base a un pensiero magico che comprendo – ma che non faccio mio, perché preferisco ancorarmi saldamente alla realtà attuale con le sue mille incertezze. Non so come sarà l’Europa, il mondo dopo il Covid19: so che è giusto che chi sbaglia paghi ma è ancor più giusto garantire la dignità di ogni individuo a prescindere dai suoi comportamenti per quanto gravi, in ogni tempo e in ogni luogo. Non farlo significa non saper differenziare adeguatamente il nostro agire da quello che condanniamo.

Dell’emergenza umana, in corso da anni, in molti carceri, si parla troppo poco, a farlo è spesso chi vi lavora e non la società civile, il cui pensiero comune è spesso che se uno ci è finito dentro si vede che se lo meritava e non può cambiare. Io opero per il cambiamento delle persone e il loro cambiamento è anche il mio cambiamento. Se c’è una cosa che ho imparato è che ciò che può cambiare e far cambiare è la sofferenza, e in carcere la sofferenza è l’unica a girare libera per le celle senza restrizioni.

Che questa emergenza ci insegni a vedere oltre le nostre mura e le nostre certezze domestiche, questa la mia speranza.

da:

https://www.ilfattoquotidiano.it/2020/03/13/carceri-di-questemergenza-si-parla-poco-ora-spero-che-il-virus-ci-insegni-a-guardare-oltre/5734993/

Buon 8 marzo di riflessione

Fatevene una ragione, noi uomini, siamo meno a rischio di subire violenza sessuale, una gravidanza non potrà essere di ostacolo alla nostra vita lavorativa, se andiamo con tante donne siamo ganzi e non puttane, in casa spesso i genitori ci davano più libertà rispetto alle sorelle perché sapevano che il mondo era più sicuro per noi, per dire le prime che mi vengono in mente.

Questo non significa che violenza e forme di arroganza e sopruso non possano essere esercitate anche dalle donne, ma che esiste un contesto storico culturale che, in linea di massima, ha privilegiato, in diversi campi, l’uomo perché creato dagli uomini e da essi legittimato, talvolta con l’aiuto di alcune donne che lo hanno trovato ‘normale’, imbevute fin da piccole di quello che è opportuno o meno dire e fare per una donna.

Allontaniamo ogni tentativo intenzionale o ingenuo di mostrificare l’uomo e di santificare la donna, chi persegue tale scopo non fa altro che aumentare divario e incomprensioni tra uomini e donne, cose di cui non necessitiamo affatto, anche se purtroppo esistenti,

Ormai tutti parlano di violenza sulle donne, media, politica, gente comune e se da una parte vi è una sensibilità che solo fino a pochi anni fa non trovavamo e probabilmente non concepivamo neanche, è anche vero che un uso strumentale di legittime battaglie è sempre un rischio che si corre.

Il maschile non si cambia in pochi anni e, nello stesso tempo, non tutto nel maschile è da cambiare e parlare di questo non fa di me un femminista o un nemico degli uomini, ma solo un libero pensatore che, nascendo uomo, sa cosa significa essere tale e che, condividendo numerose esperienze con uomini e donne a livello personale e professionale, sa di aver cambiato molti atteggiamenti e comportamenti che un tempo avrebbe sicuramente considerato normali e legittimi.

Li vedo gli uomini arrabbiati con le donne, li sento pensare che ora non si può neanche più corteggiare una donna senza rischiare, li vedo minimizzare e negare la violenza sulle donne, li vedo parlare della violenza che sono loro a subire dalle donne. La loro rabbia è vera, vera è la percezione che hanno dei rapporti di genere e non sono pochi, per tanti che cambiano altrettanti si convincono di dover rimanere ancorati alla loro posizione, in difesa dei diritti degli uomini. Solo che i diritti degli uomini dovrebbero coincidere con i diritti delle donne e viceversa. Parità è questo, non una partita tra squadre avversarie in cui vinca il migliore, perché il migliore non esiste e ogni situazione va considerata sì nell’ambito di un quadro generale, ma anche situazionale e, anche se, in un conflitto, sono soprattutto gli uomini abituati a usare forza e controllo, questo non esclude che possano fare altrettanto alcune donne.

Di solito i negazionisti della violenza sulle donne sembrano esserlo in toto, e sembra che dicano “non esistono donne vittime”, ma è anche vero che i negazionisti della violenza delle donne sembrano fare altrettanto, se è uomo sarà sempre lui ad aver fatto qualcosa di sbagliato. Trovo solo un nome per tutto questo: ideologia. E con l’ideologia si va poco avanti, si crede acriticamente a un qualcosa perché considerato fortemente identitario, se crolla quella convinzione crolla anche qualcosa di profondamente nostro e allora si fugge dal cambiamento.

Buon 8 marzo di riflessione!

da:

https://www.ilfattoquotidiano.it/2020/03/08/buon-8-marzo-di-riflessione/5729148/

Nelle relazioni la miglior difesa è quella che tramuta lo scontro in incontro

Ogni forma di tutela è sana finché siamo in grado di metterla in discussione. A difenderci abbiamo imparato tutti, chi più chi meno e, credo, la maggior parte abbastanza velocemente. I rapporti con gli altri ci mettono alla prova appena siamo in grado di crearci un pensiero logico sopra.

Impariamo presto che l’altro può avere bisogni, pensieri, sentimenti diversi dai nostri e se può, ce li propone, talvolta impone, senza farsi eccessivi problemi, soprattutto se siamo in un rapporto di dipendenza o se pensiamo abbia l’autorevolezza per farlo (vale anche il procedimento inverso, non crediate di salvarvi a tal proposito).

In qualche modo, i bisogni dell’altro ci arrivano, sia che siamo in grado di interpretarli correttamente (e ne abbiamo la volontà), sia che li scambiamo per tutt’altro (e su questo siamo piuttosto bravi). Se siamo attaccati, ci difendiamo; ma in realtà basta solo che ci si senta attaccati, pur non essendo nelle intenzioni dell’altro farlo (sentirsi attaccati non corrisponde a esserlo) e alziamo subito i nostri bei muri, sempre a portata di mano, nonostante la loro consistente mole.

Che la miglior difesa sia l’attacco è talmente noto che, a scriverlo, pecco inevitabilmente di ineguagliabile banalità. A quel punto, l’attacco verso qualcosa per cui sentiamo di doverci difendere diventa reale e intenzionale e l’altro legittimamente risponde. Benvenuti nel conflitto, figlio viziato dell’incomprensione e della voglia d’avere sempre ragione.
Conoscere l’amore significa conoscere l’odio. E pensare che sia sbagliato è un male per l’altro
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Non è mia intenzione però maltrattare il conflitto in quanto umano, inevitabile e foriero di buone potenzialità. Se si sa gestire, sono gli ostacoli che allenano la mente e lo spirito, non la vita facile. Credo che vita facile sia un ossimoro sottovalutato. Certo, troppi ostacoli, risorse personali limitate, particolari contesti e stati emotivi intensi possono portare a non gestire il conflitto, con la conseguenza di essere portati a fuggire oppure a diventare aggressivi.

Conflitto deriva dal latino conflictus e significa urto. L’urto è una sorta di cozzare improvviso e di un certo impatto, uno scontro. Siamo abituati a dare subito un connotato negativo allo scontrarsi, urtarsi, combattere, ma esso implica un contatto che la mancanza di controllo della forza caratterizza.

Ma se imparassimo a controllare questa forza? Con forza minore lo scontro potrebbe invece tramutarsi in un incontro? Beh sì, non ci sono motivi per cui questo non debba succedere, a patto che lo si voglia e se ne acquisiscano le capacità.

Ma cosa significa allora che ogni forma di tutela è sana finché siamo in grado di metterla in discussione? Significa che non possiamo evitare di difenderci e che sostanzialmente è qualcosa di naturale, ma che possiamo (e forse dovremmo) anche imparare a scegliere quando difenderci e quindi fare anche delle valutazioni diverse a seconda dei contesti, delle persone e dell’evoluzione delle proprie capacità di prendere sempre maggiore consapevolezza dei propri processi mentali e di quelli altrui attraverso l’esperienza, la logica e soprattutto l’empatia.

Ogni volta che impariamo ad abbassare la guardia, comprendendo che i bisogni che spingono l’altro non sono necessariamente una minaccia, nutriamo al meglio le relazioni su cui possiamo permetterci di investire maggiormente. Dobbiamo investire nelle relazioni anziché esserne investiti, la chiave del benessere mentale.

da:

https://www.ilfattoquotidiano.it/2020/02/04/nelle-relazioni-la-miglior-difesa-e-quella-che-tramuta-lo-scontro-in-incontro/5694585/