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Conoscere l’amore significa conoscere l’odio. E pensare che sia sbagliato è un male per l’altro

Amo se ricevo amore, amo se desidero ricevere amore, amo perché ho bisogno di amare: senza amore non vivrei, di conseguenza amo per poter vivere e già questa è una ineludibile condizione. Senza amore cesso di vivere. Conoscere l’amore significa conoscere l’odio, la rabbia, l’ignoranza, condizioni che mi vincolano al mio essere meravigliosamente umano.

L’amore si può contrapporre all’odio solo se rivendico il diritto di esistere dell’odio stesso: se lo nego, non sarò mai in grado di riconoscerlo e contrastarlo. Diffidate dai mercanti di amore che spacciano l’odio come miserevole: vi rendono schiavi di ideali belli, ma vuoti e pacchiani e vi aprono la strada a quello che – professano – vorrebbero evitarvi.

L’odio non scompare, al massimo si reprime, si accumula e poi esplode. Siamo tutti bravi ad amare l’idea di amore, ma amare l’odio, nel senso di rispettarne l’esistenza, è solo per coloro che hanno fatto diligentemente i compiti per casa (rispettare l’esistenza dell’altro: che stupendo modo di amare).

Guardate senza pregiudizi dentro voi stessi: quante volte avete conosciuto tutto il contrario dell’amare? Lo chiamavate dispetto, vendetta, ingiustizia, interesse; pensavate di dovervi difendere oppure di dover attaccare per non sopperire. Forse vi sentivate scomodi, in colpa, sporchi oppure no, ma il dato non cambia: è legittimo non dover amare, rilassiamoci. Voler bene a qualcuno poi non significa necessariamente fare il suo bene.

Liberiamoci da un altro fardello che i mercanti d’amore ci propinano: odiare non significa trasformare l’odio in azioni nocive per l’altro. È solo una possibilità e non riguarda il sentire, ma il pensare. Il sentire è sempre legittimo, nasce senza un preciso controllo, una precisa volontà; il pensare invece può essere direzionato e può avere un controllo sul nostro sentire tramutato in atteggiamenti e comportamenti. Odiare non significa necessariamente far del male, ma è far del male pensare che odiare sia sbagliato. Ho il diritto di odiare, ma non quello di torcere un solo capello all’altro: distinguiamo e vivremo meglio.

I sentimenti hanno tutti pari dignità, hanno tutti patria dentro di noi: lì sono nati e cresciuti e non se ne andranno finché non avremo esalato l’ultimo respiro. Forse li conosceremo meglio con l’andar del tempo, ma forse vi sto propinando una benevola illusione.

Se lascio spazio all’odio, alla rabbia, al rancore, posso sperare di dare la giusta collocazione al mio amare e renderlo autentico e intenso: non un biglietto da visita con cui presentarsi, ma una conquista ogni volta che lo provo nei confronti di qualcuno o qualcosa.

I sentimenti possono essere battiti d’ali o artigli che non mollano la preda, ma sono da accettare per come vengono: sul farli durare e renderli non lesivi per l’altro si gioca la vera partita e possiamo vincerla o quantomeno sperare in un dignitoso pareggio.

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https://www.ilfattoquotidiano.it/2020/01/10/conoscere-lamore-significa-conoscere-lodio-e-pensare-che-sia-sbagliato-e-un-male-per-laltro/5658581/

Possiamo tutti parlare dell’amore. Ma non necessariamente definirlo

Io non (o)so definire l’amore. Apro una parentesi sull’amore, raro caso in cui la parentesi racchiude al proprio interno molto più di quanto lasci all’esterno, in quanto l’amore è argomento vasto, accessibile a tutti e incomprensibile a molti. Materia di affanno e di diletto, amore è argomento da chiacchiere da bar, ma è anche ispirazione dei poeti. Siamo o siamo stati tutti innamorati; questo ci dà il diritto di parlare dell’amore, ma non necessariamente di definirlo, perché definire significa anche limitare.

Quando parlo dell’amare devo essere disposto ad accettare che parlo del mio modo personale di esprimerlo: amare è talmente intimo da non potersi disconnettere dalla soggettività. In parte il mio modo di amare sarà rappresentativo del modo di amare degli altri, in parte sarà rappresentativo di quanto io posso essere diverso dagli altri. L’amore è il figlio non voluto di coerenza e contraddizione.

Si afferma che l’amore non può essere presente laddove c’è violenza e non di rado è drammaticamente vero che ci sono relazioni tenute insieme solo dalla paura, dall’isolamento, dall’abitudine, da condizioni economiche precarie. Però talvolta persiste un legame affettivo che non sta a nessuno giudicare; non il sentimento sicuramente, ma al limite evidenziare al massimo i rischi e le conseguenze di un rapporto in cui si eserciti violenza e prevaricazione.
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Mai sostituire le proprie idee e i propri vissuti a quelli di coloro che vivono una relazione, anche se violenta. Scambiare i propri bisogni per quelli dell’altro è tipico di colui che prevarica di abitudine: non incappiamo in questo errore, non esistono intenzioni che, per quanto nobili, non possano produrre conseguenze nefaste. Non dobbiamo scegliere al posto di chi subisce un torto, un’ingiustizia, un danno, ma dobbiamo aiutarlo a scegliere quello che ritiene più opportuno, rispettando i suoi tempi, perché è l’unico modo che accelera paradossalmente una presa di coscienza. Quando ci si sente accolti, capiti, si sente che l’altro ci ritiene in grado di scegliere, si fida: è proprio allora che si fanno le scelte più giuste per la propria vita e questa “magia” la vediamo realizzarsi in terapia ad esempio.

L’amore, sebbene conosciuto da tutti, sono convinto che si ribelli a ogni forma di definizione che lo voglia delimitare. Prendiamo l’amore dei genitori verso i figli: credo possa considerarsi una delle forme più indiscusse di affetto che un uomo e una donna possano provare. Essere genitori implica voler bene ai propri figli, ma non implica necessariamente fare il loro bene; spesso molte intenzioni tengono conto più dei desideri e dei bisogni degli adulti che dei bambini.

Basti pensare a come schiaffi e botte per educare i figli siano stati metodi largamente usati e legittimati e, purtroppo, lo siano anche oggi (per parlare solo di violenza fisica, tralasciando quella psicologica); eppure sappiamo che quei genitori, magari anche i nostri genitori o proprio noi come genitori vogliamo un bene incondizionato verso i figli. C’è un modo sano di amare che lascia l’altro libero, ma lascia sentire anche la nostra presenza come una sicurezza e c’è un modo disfunzionale di amare che imprigiona l’altro, lo schiaccia della nostra presenza e lo fa sentire insicuro.

Amare non è possesso dell’altro così come aiutare non è pretendere di sapere cosa è meglio per l’altro o dare delle definizioni dei sentimenti che possono non essere quelli che pensiamo una persona debba o possa provare. La violenza non è una forma di amore, ma come si debba amare è solo prerogativa di chi si trova in quel sentimento.

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https://www.ilfattoquotidiano.it/2019/11/20/possiamo-tutti-parlare-dellamore-ma-non-necessariamente-definirlo/5571834/

Ognuno conosce la propria sofferenza. Anche se la tentazione di generalizzare c’è

La vita è anche sofferenza? Un po’ per tutti, e per qualcuno più di altri certamente. Ma la vita è la somma di ciò che accade di buono a ciò che accade di male e le proporzioni variano per ognuno. Soffermiamoci su ciò che c’è di male o meglio su quel che siamo abituati a pensare come male; saremo d’accordo che soffrire non piace a nessuno.

Ognuno conosce la sofferenza che contraddistingue il suo vivere come dato di fatto e pensa di conoscere la sofferenza stessa in virtù del proprio rapporto privilegiato con essa. Ma questo è un rapporto unico, lo ha solo chi lo vive direttamente. E sebbene la tentazione di generalizzare sia forte e comprensibile, stiamo attenti.

C’è una sofferenza inevitabile, quella che ognuno di noi conosce perché fa parte del gioco; ma esiste anche una sofferenza che possiamo scegliere di conoscere e riguarda l’altro. Un qualcosa di istintivo avviene comunque con il processo mentale ed emotivo che chiamiamo empatia: non proviamo l’emozione dell’altro, ma possiamo comprendere cosa questi prova sulla base di emozioni ed esperienze comuni e regolare il nostro comportamento di conseguenza, attraverso un processo emotivo interno che ci dice cosa è bene e cosa è male e cosa ci fa stare bene o male in relazione all’altro.
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C’è una sofferenza invece scelta, frutto di una deliberata decisione, intendendola come un’opportunità. Si accede alla sofferenza dell’altro ben sapendo che una parte di essa verrà integrata nel proprio esperire. Scegliere tale ipotesi implica che, se siamo in grado di arrivare liberamente e comprendere il soffrire altrui, questo può cambiarci dentro. Ma non solo: si è in grado di lenire e ridimensionare il proprio malessere. O forse quello che avviene è semplicemente dare un senso al soffrire, non considerandolo più un evento intimo e privato. È come se anche per il soffrire esistesse una sorta di comfort zone a cui si rinuncia con il paradossale risultato di stare meglio e di aumentare le proprie risorse interne vitali per affrontare le brutture della vita.

È il caso delle relazioni di aiuto in ambito socio-pedagogico-umanitario (insegnanti, educatori, psicologi, medici ad esempio). Coloro che intraprendono la via per arrivare al disagio dell’altro cercano talvolta solo una scappatoia per il proprio e fanno dell’energia negativa qualcosa di costruttivo, operano una trasformazione. Il dolore è di chi lo prova, ma anche di chi è in grado di farlo proprio sentendone l’iniquità, l’ingiustizia, l’impotenza. Il dolore è trasformativo, trasforma le persone e non necessariamente in peggio; il dolore è contagioso, contagia le persone, ma non sempre è una malattia.
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Psiche: perché scrivo del dolore? Perché tutto il resto parla bene da sé

Il dolore nasce dall’impossibilità della cura e muore quando diventa esso cura per se stesso. Quando ci si innamora davvero del proprio lavoro è perché rispecchia il proprio essere ed è in grado di potenziare tutto quanto intraprendiamo nel tentativo di colmare i nostri vuoti. E meglio siamo in grado di esercitare la professione, più questi vuoti vengono a essere – se non colmati – quantomeno tenuti sotto controllo. Quello che si cerca in fondo è solo un posto, un luogo, uno spazio, un tempo in cui “so-stare”, ossia saper stare.

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https://www.ilfattoquotidiano.it/2019/10/15/ognuno-conosce-la-propria-sofferenza-anche-se-la-tentazione-di-generalizzare-ce/5515389/

Dalla politica alla pubblicità, se qualcuno conia uno slogan per te sotto sotto ti sta fregando?

Il potere comunicativo degli slogan è indubbio almeno quanto la (dubbia) capacità di discernimento degli uomini e delle donne che ne rimangono attratti, talvolta intrappolati.

Capiamoci: lo slogan è sicuramente una semplificazione efficace di un messaggio, ideale perché possa essere diffuso e reiterato il più possibile, senza per questo stancare. Gli ambiti dove lo slogan trova la sua massima espressione sono, a mio avviso, la pubblicità e la politica. Nel primo lo slogan è di casa: la pubblicità deve vendere un prodotto, lo deve rendere appetibile, desiderabile, non opinabile. Possiamo dire che il connubio tra pubblicità e slogan non solo è naturale, ma nasce e si sviluppa in contemporanea.

Nel secondo, lo slogan è entrato con vigore con il passare del tempo: quello che forse poteva essere accettato come un prestito dal campo pubblicitario è diventato in politica il padrone di casa, riducendo troppo spesso il rapporto politica- elettorato al rapporto venditore-acquirente. È frutto di una probabile precisa scelta, in quanto trova nella semplificazione un terreno dove alcuni mostrano di poterla fare da padroni e che hanno quindi tutto l’interesse affinché la gente non approfondisca in virtù del pensiero, ma si scarichi in virtù dell’emotività del momento. Un pensiero, inteso come un’idea o un convincimento, è più radicato e resistente di uno stato emotivo, quest’ultimo lo cambiamo più volte anche nell’arco di una singola giornata.

Alla politica interessa fa arrivare messaggi semplici e chiari: in questo, alla fine, nulla di male, se non quando lo scopo è coprire la mancanza di argomentazioni. Lo slogan colpisce il cuore, ma tramortisce la mente che ragiona ai minimi termini, tutta presa da un’emotività creata o dirottata con furbizia. Una furbizia che sembra avere troppo spesso gioco facile a causa di interlocutori che fanno un uso parsimonioso di capacità intellettive quasi sempre comunque sicuramente presenti.

Lungi da me considerare chiunque uno stupido, anche se di ignoranti, nel senso più pacifico di persone che ignorano, il mondo è pieno. Un ruolo chiave lo riveste l’ideologia; molti votanti (ma ricordiamoci che ci sono tanti che non votano e, tolti coloro che possono essere tacciati di improvvido disinteresse per la cosa pubblica, altri si sottraggono a un meccanismo nel quale o non si riconoscono o non ne riconoscono, dopo tanti anni di adesione, una tangibile utilità nel loro quotidiano) sembrano solo dei tifosi di calcio. La mia squadra del cuore può anche sbagliare, può fare delle scelte che non condivido, ma è la mia squadra del cuore e non la cambio, fa parte della mia storia e della mia identità, non la tradisco.

Purtroppo la politica non è un gioco: vinti e vincitori talvolta si confondono, e i politici non devono crearsi dei seguaci, dei fan, dei fedeli. Questi per definizione non hanno alcun ruolo decisivo nelle scelte operative, mentre un politico dovrebbe agire in base agli interessi di chi lo ha scelto e per farlo deve anche esserne messo costantemente in discussione. È evidente che lo slogan, anche se, soprattutto quando funziona bene, nasce da un apice di pensiero, può diventarne presto il ricovero. La sintesi linguistica, priva di contenuto, è efficace solo per coloro che la utilizzano: l’unica difesa per chi la riceve è la logica. Le parole sono amiche di tutti, i fatti hanno una cerchia di conoscenze molto più selezionata.

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https://www.ilfattoquotidiano.it/2019/08/29/dalla-politica-alla-pubblicita-se-qualcuno-conia-uno-slogan-per-te-sotto-sotto-ti-sta-fregando/5404257/

Peggio dell’intolleranza degli intolleranti c’è solo l’intolleranza dei tolleranti

Peggio dell’intolleranza degli intolleranti c’è solo l’intolleranza dei tolleranti. I primi, di solito, si definiscono tali tramite verdetto popolare, mentre i secondi tramite autocelebrazione. Amiamo pensarci buoni, migliori, diversi, ma proprio il nostro rapporto con la diversità è alquanto egoistico e superficiale. La diversità non è solo prerogativa del prossimo, ma la portiamo inevitabilmente in dote anche noi nell’incontro con l’altro. La condizione umana è relazionale: nel dialogo l’essere umano vive al massimo delle potenzialità, si rende fecondo, incontra il contrasto e si dota degli strumenti necessari per farvi fronte, allenando spirito, intelletto e capacità.

Il pensare l’altro diverso e il pensarci diversi sono facce della stessa medaglia, sono l’equilibrio necessario a non cadere in forme di odio, razzismo e livore che annientano le relazioni. Diversità non vuol dire meglio o peggio: crederlo significa partire dal nostro punto di vista, ma rimanervi fermi, perdendo l’altro o meglio negando il suo valore. Il proprio punto di vista è punto di partenza, certamente, ma non punto di arrivo: a esserlo è il punto di vista dell’altro, in un tragitto che fa dell’apprendimento e della crescita i propri compagni di viaggio. All’altro io arrivo se mi muovo verso di lui o se lui muove verso di me, in un processo che entrambi gli attori possono facilitare o ostacolare, altrimenti la distanza non cessa di essere ciò che ci tiene lontani e sconosciuti: si sa che è proprio quel che non si conosce a spaventare. Il buio che tutto nasconde è una delle più antiche paure umane: il fuoco, che non solo riscalda ma illumina, ha permesso all’uomo di evolversi.

Andare incontro non significa aderire, omologarsi, annullarsi, ma rimarcare la propria individualità senza sentirla minacciata. È la diversità che la fa risplendere e la trasforma in un ponte che possiamo attraversare e che risulta in grado di reggere i pesi della vita. Incontrare altri modi di pensare significa far evolvere il proprio: nel momento in cui accetto quanto l’altro mi porta, non devo farlo mio, ma devo fare mia la consapevolezza che quanto pensa e sente ha pari dignità di quanto io penso e sento, a patto che non lo trasformi in azioni lesive verso se stesso o il prossimo.
Solo nella relazione con l’altro possiamo conoscere al meglio noi stessi
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dal blog di Mario De Maglie
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L’altro è confronto continuo: nell’identicità ritrovo me stesso, ma non cambio; mi rinforzo, ma mi irrigidisco, imparo a bastarmi forse e di conseguenza ad accontentarmi. Nella diversità opera il conflitto, ma gli schieramenti in campo devono avere forze paritarie perché nella diversità non abbiamo un vincitore e un vinto, non è una guerra, ma un riequilibrio di forze, una tendenza ad andare non sopra le cose, ma oltre le cose.

Siamo generatori di significato, non semplici recettori. La sfida continua è riuscire a comprendere quanto di quello che attribuiamo all’altro è solo una proiezione di noi stessi, di quello che siamo noi a sentire. Capire il confine significa rispettare il suo essere estraneo a noi nella sua autenticità. L’altro è mio nemico nella misura in cui mi vede arrivare con intenzioni bellicose e se è vero che lo sono anche io, nella misura in cui lo vedo arrivare a me con altrettante intenzioni, a volte è necessario che uno dei due smetta di attaccare perché l’altro cessi di difendersi.

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https://www.ilfattoquotidiano.it/2019/08/21/peggio-dellintolleranza-degli-intolleranti-ce-solo-lintolleranza-dei-tolleranti/5394849/

L’obiettivo della vita non è la felicità. Rilassiamoci

L’espressione delle proprie potenzialità non è necessariamente legata alla risoluzione delle proprie problematicità. Siamo portati a pensare che finché non siamo in grado di risolvere i nostri problemi rimaniamo in essi intrappolati senza poterci esprimere al meglio. In realtà, sono convinto che questo sia solo un pensiero distorto che ci porta a rimanere in una situazione di stallo che, per quanto possa procurarci malessere, ci evita la fatica più grande, ossia quella del cambiamento. I nostri problemi li conosciamo, siamo con essi in intimità, ci identifichiamo in loro, fondamentalmente è comodo non operare alcuna distinzione, ci permette di stare a guardare, mentre le cose magari non girano per il verso giusto.

Cambiare significa che siamo noi ad essere diversi, non i nostri problemi e la realtà che ci circonda. Purtroppo determinate situazioni non dipendono o non sono mai dipese da noi, le subiamo, anche se – mi rendo conto – c’è chi potrebbe approfittare di quanto asserisco, deresponsabilizzandosi in merito a ciò che invece potrebbe rendere diverso: nel fare la differenza più di qualcuno potrebbe giocare a fare il furbo, anche se con buone intenzioni. Quindi fate attenzione, riflettete, soppesate.

Alcune criticità rimarranno tali per tutta la vita, non importa quanto ci si possa lavorare e disperare sopra. Prendiamo un caso estremo, ad esempio una persona che abbia subito un abuso sessuale: lo scopo di qualsiasi tipo di terapia o aiuto sensato non è certo la risoluzione di un trauma così grave e pervasivo, ma far sì che l’individuo possa continuare a vivere con un certo equilibrio nonostante l’abuso, non di certo dimenticandolo o facendo finta che non sia mai avvenuto.

Sapere il perché delle sofferenze che ci portiamo dietro è un passo importante per la costruzione di una propria solida identità; nello stesso tempo, sapere e risolvere sono su due piani distinti che possono non incontrarsi mai. Risolvere è un concetto da prendere con le molle o va sostituito con conoscere, gestire, comprendere: niente scompare o si dimentica. Un problema che può essere dimenticato (non intendo ovviamente qui la rimozione o altri meccanismi di difesa psicologici che possono instaurarsi e sono cosa diversa) probabilmente non era tale e non ha avuto influenza significativa nella nostra vita. L’essere umano ha un tremendo bisogno di dare significato alle proprie azioni: il malessere è dato da una ricerca spasmodica di dare significato a quello che ci capita e non siamo in grado di comprendere o accettare.

Esprimere le proprie potenzialità è dare significato al proprio malessere: questo trova posto dentro di noi e nel mondo e ci permette di trasformarci, diventare altro da quello che eravamo il secondo precedente perché così come il nostro corpo cambia, anche se impercettibilmente, in ogni momento, lo stesso vale per la nostra mente, ma mentre il corpo va incontro a un irreversibile deterioramento, non è detto che la mente lo segua passo passo: può avere dei tempi diversi.

L’obiettivo della vita, a mio avviso, non è la felicità, rilassiamoci, non è ricercandola che la troveremo, se non per dei brevi momenti, ma non è neanche la sofferenza, eppure quest’ultima si presenta e sembriamo conoscerla molto meglio della prima. Impariamo a farne qualcosa.

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https://www.ilfattoquotidiano.it/2019/08/02/lobiettivo-della-vita-non-e-la-felicita-rilassiamoci/5359307/

Solo nella relazione con l’altro possiamo conoscere al meglio noi stessi

La relazione con l’altro è lo strumento di elezione per imparare a conoscere se stessi. Non c’è introspezione che possa reggere il confronto con quanto esprimiamo di noi, relazionandoci agli altri, se solo possediamo l’allenata capacità di osservarci attentamente e un po’ di onestà nel riconoscerci anche nelle dinamiche più scomode che, per primi, contribuiamo a creare, perché relazionarsi, volenti o nolenti, richiede sempre il nostro imprescindibile contributo. Nell’osservare le relazioni, non siamo giudici imparziali, tifiamo per noi il più delle volte, se possiamo attribuire al prossimo la responsabilità di quello che non funziona e prenderci il merito di quello che funziona, lo facciamo spudoratamente, alcuni vi dedicano la propria esistenza.

La stessa introspezione nasce dal bisogno di mettere sotto esame quello che gli altri ci suscitano. La psicoterapia è avvantaggiata, ha dalla sua tutta la profondità dell’introspezione e tutta l’autenticità della relazione con l’altro, in quanto il terapeuta per prendersi cura non deve nascondere, ma portare alla luce. L’altro darà sempre la sua interpretazione ai nostri atteggiamenti e ai nostri comportamenti e talvolta coglie il segno, ma questo è inutile se non si attiva anche qualcosa in noi, anzi se ci sentiamo in difetto, potremmo reagire malamente.

L’autenticità premia nelle relazioni, ma molti la rifuggono perché essere autentici implica ammettere cose scomode, esiste la possibilità concreta di ferire ed allora è meglio non far sapere, omettere, mentire, fuggire, fare finta di nulla, ma se l’altro se ne accorge la ferita che causeremo sarà superiore e ci aggiungeremo la sensazione di essere stati traditi o non considerati all’altezza ed è allora che le relazioni si guastano e faticano a tornare al loro precedente equilibrio, possono terminare. Per non fare o farci del male, corriamo il rischio di farne ancora di più, solo perché c’è una possibilità che l’altro non se ne accorga o non affronti la cosa, anche qualora se ne accorgesse. Essere autentici è la più alta forma di assunzione di responsabilità, non esiste il male nell’essere autentici, talvolta il dolore, ma mai l’errore. Dove non c’è autenticità regna la deresponsabilizzazione, il non farsi carico di quanto sentiamo, pensiamo e facciamo.

Di fronte a colui che si assume la responsabilità delle proprie scelte, delle proprie azioni ed è in grado di valutarne le conseguenze ogni attacco, ogni polemica, ogni contrasto diventa sterile ed evidenzia solo i limiti di chi li mette in atto, per lo più uno spettacolo impietoso, quanto diffuso purtroppo.

Conosciamo tutto delle relazioni, tranne forse le reali intenzioni che vi si celano, sentiamo dentro dei bisogni che tramutiamo in azioni ancora prima che si manifestino come pensieri consapevoli e lucidi, ritrovandoci talvolta alla mercè di emozioni scollegate dal nostro io più vero e per questo non riconoscibili. Gli effetti delle nostre azioni si misurano dai rapporti con gli altri, non che questi debbano essere assunti come parametri assoluti, ma qualcosa ci dicono sempre su di noi, lo scambio è continuo, mai intermittente, anche il silenzio e l’assenza hanno significati nascosti solo a chi li scambia per indifferenza. L’indifferenza, nelle relazioni, è solo un metodo, una strategia, non uno stato mentale o emotivo reale, è una scelta razionale quando ormai si riesce a gestire le emozioni o, al contrario, si ha bisogno di incatenarle perché non facciano male. Viviamo nell’illusione di non farci o non fare male, non c’è dose di realtà che possa far tramontare il bisogno di essere nel giusto, giusto e sbagliato ci fanno sentire al sicuro, semplificano una realtà che non siamo in grado di comprendere nel pieno della sua complessità.

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https://www.ilfattoquotidiano.it/2019/06/03/solo-nella-relazione-con-laltro-possiamo-conoscere-al-meglio-noi-stessi/5227706/

Elogio della lettura. E di chi ancora si ostina a praticarla

Librarsi in volo ossia volare attraverso i libri e allora si che le altezze non spaventano, anche quando le vette sono irraggiungibili. Un nuovo elogio alla lettura e a chi si ostina a praticarla, rivendicandone la dipendenza, è l’intenzione di questo post.

Per tutti coloro che si aggirano nelle librerie e non si sentono mai sazi, che sanno che il mondo, e la propria vita, sono pieni di problemi e di incombenze quotidiane, ma non smettono di crucciarsi del fatto che i libri non letti, per quanto ci si affanni e per quanto a lungo si possa vivere, saranno sempre numericamente spropositatamente superiori a quelli letti. Il lettore ogni mattina si sveglia con la consapevolezza che dovrà scorrere le parole dei libri, vicino al comodino, molto più velocemente del tempo che impiegherà a ritrovarsi in libreria a scegliere i nuovi.

Leggere aiuta a ricordare tutto quel che si vuole dimenticare con l’accortezza data dal permettere di dimenticare tutto quello che non si vuole ricordare. Nei libri c’è scritto tutto, ma tutto ancora può essere scritto, quello che appare contraddittorio ai più, non lo è per i lettori abituali (da non confondere con i lettori saltuari, con tutto il rispetto per questi ultimi, sono su un altro livello, ma per loro le porte, anzi le pagine sono sempre aperte).

I libri cambiano le persone perché non le giudicano, si lasciano leggere fiduciosi che chi legge saprà trarre le sue conclusioni, non imbrigliano l’intelligenza, certo non possono sostituirsi ai nostri pensieri, ma li allenano, li mettono alla prova, ne fanno morire alcuni, ma ne fanno nascere molti di più. La parola libero contiene la parola libro con l’aggiunta di una e ossia di una congiunzione, di un qualcosa che unisce collega e crea contatto, che condanna l’isolamento, se non quello temporaneo del tempo dato alla lettura.

Tra le tante forme di apprendimento, la lettura dà libero sfogo all’intelletto e all’emotività come nessun’altra e quasi non opera alcuna distinzione tra le due. La lettura coinvolge quattro sensi su cinque:

1. Attraverso gli occhi, un libro lo vedo
2. Attraverso le mani, ne afferro la consistenza
3. Attraverso le narici, sento l’odore della carta
4. Attraverso le orecchie riconosco il familiare rumore dello sfogliare di pagina
5. Un libro non si può mangiare, anche se si può gustare ed è nutrimento per la mente, pur non passando per la bocca.

Avete mai pensato che l’odore del libro e il fruscio delle pagine appagano forse anche maggiormente della vista e della consistenza del libro, un buon libro dovrebbe essere proprio questo, qualcosa che ribalta e confonde i sensi comuni.

Abbiamo scritto ormai tanti libri quanti sono i fili di erba di un prato, forse qualcuno in più, un giorno saranno quanti i granelli di sabbia di una spiaggia, me lo auguro e, se anche noi non ci saremo più e nessuno potrà leggerli tutti, vi avremo contribuito, se continueremo a pensare alla lettura come a un piacere, ma anche a un dovere. Ho il dovere di conoscere, coltivare il mio pensiero renderà migliore me e le persone con cui verrò a contatto nella mia vita. Buona lettura!

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https://www.ilfattoquotidiano.it/2019/03/23/elogio-della-lettura-e-di-chi-ancora-si-ostina-a-praticarla/5055022/

Violenza sulle donne, le relazioni servono a farci crescere. Non a prevaricare

Quando si parla di violenza degli uomini sulle donne, è poco opportuno fare delle distinzioni in merito alla gravità dei comportamenti aggressivi che possono essere messi in atto. Forse è anche pericoloso, perché ogni comportamento violento è grave, sia esso uno o reiterato. Semplifico: dieci schiaffi possono sembrare peggiori di uno schiaffo, dieci schiaffi significa fare dieci volte male, ma tutti partono dal primo, senza non si arriverebbe al decimo, quindi un singolo episodio non è mai da prendere alla leggera.

Poche donne frequenterebbero un uomo se questo dovesse assumere comportamenti prevaricanti e aggressivi sin da subito. La violenza, nella maggior parte delle situazioni, si insinua lentamente nelle relazioni intime ed è per questo che non bisogna sottovalutare quelle che sembrano piccole cose. Giustificarle dà libero accesso a comportamenti via via sempre più controllanti e aggressivi. I limiti non sono fatti per essere spostati, ma per essere dei punti fermi: la loro funzione è avvertire che il loro superamento indebolisce, mette a rischio.

Niente dovrebbe ledere i due principi cardine della stare bene in coppia: sentirsi liberi e sentirsi sicuri. Sentirsi liberi non significa fare quello che si vuole, ma non sentirsi obbligati a fare quello che non si vuole, mentre sentirsi sicuri non significa essere protetti, ma non aver bisogno di proteggersi. Libertà e sicurezza permettono alla fiducia di creare legami solidi e autentici basati sul rispetto e la condivisione e questo crea benessere alla coppia e ai singoli.

Quello che troppo spesso non siamo abituati a fare è assumerci la responsabilità dei nostri comportamenti e prima ancora delle nostre scelte. Scaricare sull’altro è veloce e poco faticoso, soprattutto se l’altro non può o non vuole opporre resistenza, per non dare vita a un conflitto dove sarebbe perdente perché non è alla pari (e in questo caso parliamo di violenza, c’è un’asimmetria di forza che uno usa a svantaggio dell’altro). Il cambiamento passa attraverso il non dover trovare più un colpevole per le proprie azioni e il proprio sentire: si chiama assunzione di responsabilità.

Il malessere non è delle persone, ma nelle persone. Attribuire all’esterno quel che è interno ci difende dal prenderne contatto ed evita di metterci in discussione: sono gli altri che non vanno, che non capiscono, che sbagliano, non posso che reagire, riequilibrare la bilancia. La messa in sicurezza del proprio punto di vista toglie la più grande opportunità che le relazioni possano offrire, mettere in crisi e far crescere.

La violenza che esercitiamo sull’altro è resistenza a cambiare: questo vale per uomini e donne. Ma sono gli uomini che troppo spesso – autoproclamandosi socialmente, culturalmente e interiormente come il “sesso forte che non deve chiedere mai” – pensano che cambiare non sia conveniente. Fatichiamo a pensarci fragili, negandoci così la possibilità di ammetterlo e conviverci con serenità. Non è la forza che ci rende migliori, ma l’uso che ne sappiamo fare.

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https://www.ilfattoquotidiano.it/2019/02/02/violenza-sulle-donne-le-relazioni-servono-a-farci-crescere-non-a-prevaricare/4939765/

Responsible Together: per fermare i maltrattamenti sulle donne bisogna anche agire sugli autori di violenza

È partita il 25 novembre 2018, giornata internazionale contro la violenza sulle donne, la campagna Responsible Together (Responsabili insieme) che mira a promuovere i programmi per autori di violenza (Pa) come componente indispensabile negli interventi a tutela delle donne. La campagna è promossa dalla Wwp En – Work With Perpetrators European Network, la rete europea che raccoglie insieme 55 realtà provenienti da 28 Paesi che lavorano con gli autori, facendo rete e promuovendo lo scambio di informazioni e buone pratiche. La parità di genere e la non violenza sono alla base del lavoro portato avanti dai membri della Wwp En che aiutano gli uomini che hanno maltrattato le partner o i minori ad assumersene la responsabilità e a imparare a saper rendere conto a se stessi e agli altri di quel che fanno in termini di motivazioni e conseguenze.

La campagna si prefigge l’obiettivo di fare chiarezza su alcune domande spesso vissute come delicate, quando non problematiche, dagli operatori e dalle operatrici del settore, ma anche dai semplici cittadini sensibili e interessati a queste tematiche. Prendiamo una a una le domande alle quali la campagna dà risposte: ve le riassumerò in una sintetica che può essere ampliata dalla lettura completa delle immagini prese dalla campagna (vedi gallery).

1. I Pa aumentano il rischio per le (ex) partner? Non esiste un intervento privo di rischi, ma i Pa qualificati si impegnano al massimo per rafforzare la tutela delle donne e dei minori, condividendo informazioni con i servizi e dando piena collaborazione, aiutando nello stesso tempo l’uomo a interrompere i comportamenti violenti.

2. I Pa non prendono in considerazione i servizi di supporto alle donne? Idealmente i Pa lavorano in stretta collaborazione con i servizi per le donne per integrare qualsiasi informazione utile al raggiungimento dell’obiettivo comune, che è la cessazione degli agiti violenti da parte dell’uomo.

3. I Pa si concentrano solo sugli uomini? I Pa considerano gli uomini autori di violenza gli unici responsabili del comportamento violento, quando da loro commesso, in un’ ottica che non vuole essere di accusa fine a se stessa, ma di comprensione rispetto ai vissuti che generano la violenza, in modo che l’uomo possa essere in grado di scegliere consapevolmente alternative di comportamento non violento.

4. I Pa sono una forma di mediazione o terapia di coppia? No, i Pa si richiamano alla Convenzione di Istanbul che evidenzia i limiti e i danni di interventi che non si concentrino esclusivamente sul comportamento abusante dell’uomo, chiamando in causa la donna come a condividerne la responsabilità. La responsabilità della violenza è sempre di chi la compie e su di lui deve concentrarsi l’intervento mirante all’interruzione del maltrattamento.

5. Gli autori di violenza usano i Pa per manipolare il sistema? Gli uomini autori di violenza tendono a essere manipolativi, minimizzanti e talvolta menzogneri ed è per questo che il personale è formato e qualificato per riconoscere e contrastare questi meccanismi.

6. I Pa trascurano le conseguenze della violenza sulle donne e sui minori? No, i Pa danno ampio risalto alle conseguenze che gli effetti del comportamento violento dell’uomo può avere sulle donne e sui minori, aiutando l’uomo a sviluppare maggiore empatia e consapevolezza al riguardo, anzi questo aspetto costituisce un fattore motivazionale importante per la riuscita del percorso.

7. I Pa sottraggono finanziamenti ai centri antiviolenza? Consapevoli della difficoltà di reperire risorse per le vittime, i Pa cercano fonti di finanziamenti alternative.

I Pa sono imprescindibili nella lotta alla violenza e alla discriminazione di genere, coinvolgendo sempre più uomini a una messa in discussione dei ruoli e delle dinamiche di potere. Il Centro di ascolto uomini maltrattanti di Firenze è in prima linea per la promozione dei Pa, per il loro diffondersi e il loro costante miglioramento. Se avete altre domande sui programmi per gli uomini autori di violenza e sulla campagna potete scriverci a: info@centrouominimaltrattanti.org.

da:

https://www.ilfattoquotidiano.it/2018/12/10/responsible-together-per-fermare-i-maltrattamenti-sulle-donne-bisogna-anche-agire-sugli-autori-di-violenza/4816932/